L’atlante delle parole

L’atlante delle parole

Ci sono parole che ci affascinano. In un modo o nell’altro le lettere che le compongono, il suono che ne scaturisce, l’armonia che le sostiene ci catturano. Ci sono parole che restano con noi per sempre, altre che utilizziamo senza conoscere il loro significato profondo. A volte, spulciando i dizionari etimologici, scopriamo che hanno una provenienza così remota da essersi trasformate al punto che quello che portano dentro è una vera e propria storia; una storia che mette in connessione punti diametrali del mondo e che per arrivare a dire esattamente quello che vuole dire, si imbarca per viaggi alla Gulliver pieni di imprevisti e altrettanto pieni di scoperte. Tacchino, per esempio, ha discendenza provenzale, da potar che significa beccare; e discendenza francese, da tache che significa macchia. I francesi lo chiamano turquie, gli anglosassoni turkey, una parola che significa Turchia. I turchi, invece, lo chiamano hindi, una parola che allude a luoghi ben più lontani: all’India. Ma no, nemmeno così ci avviciniamo al cuore, all’origine del tacchino. Perché il tacchino è americano. Azteco, per la precisione, portato per la prima volta in Spagna da Cristoforo Colombo e confuso dai mercanti britannici con la faraona che arrivava, lei sì, dalla Turchia e per questo chiamata bird of Turkey. Non è meraviglioso che dietro un pennuto si nasconda tutta questa geografia? Non è altrettanto stupefacente che una espressione come “proprietà privata”, a ben ragionarci, possa finire per avere un significato opposto a quello etimologico? Si chiama enantiosemia e, in questo caso, “proprietà privata” potrebbe indicare per paradosso che questa proprietà ci è stata privata, cioè sottratta, confiscata e ora non ci appartiene più”…

Carver diceva che “le parole sono tutto quello che abbiamo, perciò è meglio che siano quelle giuste”. Il piccolo e agile volume di Diego Fontana fa eco a questa citazione perché insiste sul valore intrinseco della parola come strumento di esplorazione e, al contempo, terra da esplorare. “Io le intuivo piuttosto come soglie, porte che si davano a noi come chiuse e invalicabili, ma che possedevano una seducente serratura attraverso la quale filtrava l’oltre”. Un’avventura à la Bilbo Baggins; un buco nel terreno come la tana del Bianconiglio; un’esperienza dalla quale non si torna indietro come si era partiti, insomma. Perché le parole - se le pratichiamo, se ne tocchiamo l’essenza profonda, ci mostrano la faccia di un mondo che non conosciamo. L’atlante delle parole è l’apologia dell’etimo, l’esaltazione dell’esegesi e dell’ermeneutica, una dichiarazione d’amore per il dizionario, per il significante e il significato, per la parola che si trasforma in oggetto che io posso vedere e sentire e odorare e toccare. Un monito educato e gentile - il suo - a scoprire che cosa diciamo veramente, quando parliamo. Quali storie dietro i termini che utilizziamo, quali origini, quali radici, quali intrecci dietro ciò che diamo per scontato. Non siate bacchettoni, ci esorta. “Il mondo avrebbe potuto essere preso per un mondo folle - scrive la Szymborska - ed io l’ho preso solo per uso ordinario”. Parafrasando, le parole che utilizziamo con tanta sciatteria hanno una tridimensionalità esplosiva che purtroppo sfugge alla nostra superficialità e dabbenaggine, alla lingua che diventa antilingua o - nel peggiore dei casi - neolingua sterile e piatta. Potremmo varcare confini che non ci immaginiamo. E invece ci accontentiamo. Dietro le parole si costruiscono universi, calembour, palindromi, anagrammi. Le parole sono borse a doppio fondo; mot-valise, come dicono i francesi. Colabrodo, fulmicotone: parole ibride, parole matrioska che ne contengono altre al loro interno. Fontana ci esorta a scoprirlo, come ha fatto lui. In mongolfiera, a dorso di balena. “…fuori dall’abitudine polverosa di accontentarsi della superficie della parola con l’inerzia ottusa della quotidianità, doveva esserci un universo che attendeva solo di essere esplorato. In quella dimensione oltre la realtà tangibile, fantasticavo, le parole finalmente sgravate dal fardello della materia a cui sono costrette nel nostro mondo erano di certo più autentiche, più audaci, più generose. E chissà quali imprese erano in grado di compiere scorrazzando attraverso lo spazio e il tempo, quando erano lasciate libere di essere se stesse?”.



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