L’avversario

L’avversario
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Un buon marito, un padre affettuoso, un medico con una posizione prestigiosa all’OMS di Ginevra. Serio, corretto, degno di assoluta fiducia. Questa brava persona, così tranquilla, così normale, il 9 gennaio 1993 ha sterminato sua moglie e i suoi due bambini. Poi è andato dai genitori e li ha falciati a colpi di carabina. Ha abbattuto anche il cane. Tornato a casa, ha dato fuoco all’abitazione dove giacevano i cadaveri della sua famiglia nel tentativo di suicidarsi, ma non ci è riuscito (o non si è impegnato abbastanza) e l’hanno salvato. Ora è in carcere dove sta scontando l’ergastolo. Il suo nome è Jean-Claude Romand e il suo caso ha fatto scalpore in Francia. Non solo per l’atrocità della strage, ma perché per diciotto anni Romand ha mentito. Su tutto. Non si è mai laureato, non ha mai lavorato. Viveva con il denaro che parenti e amici gli avevano affidato perché li investisse in modo vantaggioso in una solida banca svizzera. Cosa che non ha mai fatto. Quando i soldi sono finiti e l’inganno stava per essere scoperto, piuttosto che rivelare la verità ai suoi cari ha preferito ucciderli. Iscritto alla Facoltà di Medicina, non si era presentato all’esame per l’ammissione al terzo anno. Però a suo padre e a sua madre, ai suoi compagni, a Florence, che poi avrebbe sposato, aveva detto di averlo sostenuto, che era andato tutto bene. È cominciata così, con una bugia banale, una leggerezza facilmente rimediabile, se fosse stata ammessa subito, e che invece, nascosta in un silenzio pieno di vergogna, si è alimentata di falsità sempre più gravi diventando sempre più grande. Come una palla di neve che rotolando a valle si trasforma in valanga e travolge qualunque cosa incontri sul proprio cammino. Quando tutto è venuto a galla, e in modo talmente drammatico, ognuno si chiedeva: “Come abbiamo fatto a vivere così a lungo accanto a quest’uomo senza sospettare nulla?”...

Anche Emmanuel Carrère, turbato dalla vicenda, si pone la stessa domanda e manda una lettera a Romand. Gli dice di voler scrivere un libro sulla sua storia non per sfruttarne l’aspetto sensazionalistico, ma per capire le tenebre in cui era sprofondato, “vedendo in lui non un uomo che ha fatto qualcosa di agghiacciante, ma un uomo al quale è accaduto qualcosa di agghiacciante, vittima sventurata di forze demoniache”. Intanto, prende a visitare i luoghi dove Romand trascorreva le lunghe ore vuote e solitarie nella sua esistenza da fantasma: i boschi del Giura e il quartiere ginevrino della sede dell’OMS dove passava il tempo mentre tutti lo credevano in ufficio. Senza volerlo si mette sulla sua stessa lunghezza d’onda, ricostruisce il suo passato e la sua vocazione alla menzogna, l’inizio della sua mitomania di personaggio incolore, che da ragazzo si inventava aggressioni e pestaggi per rendersi interessante. Il modello di questo romanzo-verità poteva essere la registrazione oggettiva del fatto di cronaca nera, sull’esempio di A sangue freddo di Truman Capote. Ma dopo alcuni dubbi sulla struttura narrativa da adottare, non riuscendo a rimanere neutrale Carrère sceglie la prima persona ed espone le sue esperienze di scrittore/investigatore mettendo a nudo il proprio coinvolgimento emotivo. Con pietà mista a orrore si insinua nelle pieghe di una personalità molle e tortuosa che ha in se stessa l’unico nemico, l’autentico avversario che di demoniaco ha ben poco. Meno di duecento pagine scarne ed essenziali ci mettono di fronte agli abissi dell’uomo Romand senza dare una risposta al suo mistero, perché quello che ha fatto resta relegato nella sfera dell’assurdo. Carrère non giudica, a questo ci ha già pensato il tribunale, piuttosto compatisce. Noi, però, fatichiamo a non provare repulsione per i delitti in sé e per la consapevole follia che li ha provocati. E nel pensiero ronza l’eco delle parole di Dietrich Bonhoeffer che, benché riferite a tutt’altro contesto, inchiodano tanto i criminali che hanno lasciato un segno nero nella Storia quanto i comuni sciagurati che hanno stravolto storie e vite con le proprie balorde azioni: ”La stupidità è un nemico più pericoloso della malvagità”.



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