L’effetto Susan

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Manipur, prigione di Tula, al confine con la Birmania. In uno stanzone di cemento senza finestre si siede un uomo chiamato Thorkild Hegn. Presumibilmente è stato direttore di dipartimento al Ministero della Giustizia della Danimarca. È uno di quegli uomini capaci – in una città “dove tutto e tutti sudano, persino il cemento” – di rimanere fresco e a suo agio in giacca e cravatta. Davanti a lui c’è una detenuta molto particolare. È danese, è una scienziata ed è famosa. La accusano di tentato omicidio: ha provato a strangolare un attore di Bollywood che voleva avere un rapporto sessuale con lei e non voleva accettare il suo “No”. Recentemente la sua famiglia apparentemente perfetta è finita addirittura sulla copertina del “Time”. Ma ora questa famiglia pare in condizioni davvero disastrose: il marito di Susan, il celebre pianista Laban Svendsen, è fuggito a Goa con una ragazzina, figlia di un maragià locale, braccato da un esercito di mafiosi indiani. Suo figlio sedicenne Harald è in stato di fermo ad Almoeda, una cittadina di provincia poco lontana dal Nepal, accusato di contrabbando, mentre sua figlia sedicenne Thit – i due sono gemelli – pare abbia un relazione con un sacerdote del tempio di Kali di Calcutta. Susan è in pessime condizioni: è chiusa in cella con trenta donne in quindici metri quadri, con un solo gabinetto a disposizione, un barile d’acqua piovana per bere e un vassoio di riso al giorno da dividere tutte. Ci sono risse continue, da tre settimane non vede un avvocato e da qualche giorno piscia sangue. Hegn rincuora Susan: le farà subito avere dei farmaci e del cibo, rintraccerà e porterà al sicuro i figli, forse riuscirà addirittura a trovare il marito prima della mafia indiana. Al Ministero della Giustizia contano di riunirli tutti in Danimarca entro una settimana. Ce ne mettono due, in realtà. La famiglia si riunisce in una lussuosa villa nella zona di Valby, a Copenhagen, attorno al capezzale di Andrea Fink, Nobel per la Fisica già da giovanissima e maestra di Susan, ormai vecchia e morente. Non sono soltanto i rancori dovuti alle recenti bravate a rendere la riunione familiare meno affettuosa del previsto: il Governo danese vuole qualcosa in cambio. “Un piccolo favore, fare una domanda a una persona”: quella persona è Margrethe Spliid, brillante storica, consulente dell’Accademia militare e membro della Commissione parlamentare per il Futuro…

Perché questo magnifico romanzo di Peter Høeg abbia ricevuto mediamente critiche tiepide se non apertamente negative è davvero un mistero, forse addirittura più intricato di quello che è chiamata ad affrontare Susan Svendsen, professore associato all’Istituto di Fisica sperimentale “Hans Christian Ørsted”. È una donna di talento, brillante e gelidamente razionale persino per un contesto culturale nordico, anche se adora gli uomini, meglio ancora se più giovani di lei. Oltre ai numerosi talenti naturali, ne ha uno soprannaturale: stimola la sincerità negli altri. “È come cadere. Come se non fossimo più sostenuti dalle convenzioni che governano le comuni conversazioni”: chi si trova vicino a Susan prova un insopportabile impulso a rivelarsi, ad ammettere cose che non ammette facilmente nemmeno con se stesso. È questo l’effetto Susan del titolo del romanzo dell’autore danese, che ripropone a 25 anni di distanza il format dell’indimenticabile Il senso di Smilla per la neve: protagonista femminile dalla personalità complessa, quadro sociale ricco e articolato, un complotto che oscilla tra noir e fantapolitica, stile da romanzo d’autore. Un ibrido assolutamente indefinibile che non ha nulla a che vedere con il giallo scandinavo e che fa perno su un linguaggio immaginifico e raffinato, perfettamente reso dalla traduzione del veterano Bruno Berni. Ironia, cinismo, idee, un nitore che sa di cristallo e acciaio. L’effetto Høeg.



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