L’egoismo è inutile

L’egoismo è inutile

Il vecchio, che poi così vecchio non è, sale sul palco davanti al microfono e comincia a parlare: “Nel corso dei secoli questa tipologia di discorso si è andata evolvendo secondo una forma tradizionale, ovverosia: un vecchio barbogio con gli anni migliori alle spalle che durante la sua vita ha commesso una serie di errori tremendi, offre un consiglio di cuore a un gruppo di splendidi e gagliardi giovani che hanno davanti tutti gli anni migliori. Se non fosse ancora chiaro, per quanto paia impossibile, il sottoscritto sarebbe il vecchio barbogio che nella vita ha commesso un sacco di errori tremendi, voi sareste gli splendidi e gagliardi giovani che hanno davanti tutti gli anni migliori. E le tradizioni sono fatte per essere rispettate. Dunque, non mi tirerò certo indietro, potete starne ben certi. Una cosa utile che si può fare con un anziano, oltre a scucirgli soldi o a convincerlo a esibirsi in uno dei suoi balli rétro, per ridere mentre vi godete lo spettacolo, è chiedere: «Se guardi indietro, che cosa ti dispiace?» Lui ve lo dirà. A volte, come di certo sapete alla perfezione, ve lo dirà anche se non glielo avete chiesto. Oppure, il che è ancora peggio, ve lo dirà anche, se non soprattutto, quando gli avrete espressamente chiesto di non dirvelo. Perciò, che cosa mi dispiace? Di essere stato povero ogni tanto? Non direi. Di aver fatto mestieri orribili, tipo: «disarticolatore al mattatoio» (e non chiedetemi in cosa consiste) ? No, non mi dispiace. Di aver fatto il bagno nudo, e un po’ brillo, in un fiume di Sumatra, e di aver alzato gli occhi, vedendo la bellezza di trecento scimmie sedute su una tubatura, che fanno la cacca nel fiume, il fiume in cui io sto nuotando, a bocca aperta, senza costume? E di essermi preso una malattia micidiale, vomitando per i sette mesi successivi? Sinceramente no. Mi dispiace d’essermi ogni tanto esposto al pubblico ludibrio? No. Una cosa però mi dispiace: in seconda media, in classe nostra arriva una nuova compagna, piccola e timida. Presa di mira da tutta la classe, ne soffre”...

Che George Saunders scriva in maniera mirabile non è certo una novità, anzi, è qualcosa di quasi superfluo da sottolineare, per non dire decisamente pleonastico: è da molto tempo ormai in assoluto uno degli autori più amati della scena letteraria americana contemporanea. Ed è anche uno dei più influenti, visto che è preso come modello e punto di riferimento. Non soltanto, beninteso, per quello che riguarda la sua tecnica di scrittura, ma anche in quanto intellettuale in genere, a tutto tondo, maître à penser (chi scrive immagina che la definizione faccia a dir poco orrore al succitato autore, e se ne scusa sentitamente, ma è una sintesi efficace), una guida in questi tempi moderni così complicati. Che poi in realtà questi tempi moderni sono complicati come tutti i tempi della storia del mondo da quando l’uomo occupa spazio, e per lo più fa danni, sulla Terra, visto che le domande che si pone sono sempre le stesse: Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? Esatto, il quadro gigante di Gauguin. Più o meno… In ogni modo, con questo libro si capisce che non solo Saunders scrive bene (già solo Dieci dicembre basta a dare piena legittimità a una carriera intera), ma parla anche bene, se non addirittura meglio: L’egoismo è inutile è la trascrizione, corredata da altri testi, di un discorso, di rara ironia e autoironia, completamente privo della consueta boria che prende la gran parte delle persone davanti a un microfono, pronunciato di fronte agli studenti della Syracuse University. Per carità, avere ambizioni è bello, ma ricordiamoci che nessuno si salva da solo (come direbbe la Mazzantini, dal cui omonimo romanzo, o sedicente tale, ha sceneggiato il film diretto dal marito, che ha lo stesso titolo e che concorre a pieno titolo per la palma di opera cinematografica più agghiacciante della storia d’Occidente dai Lumière in giù): è più bello, utile, buono e importante avere riguardo degli altri che correre verso una fantomatica meta. Uno splendido e autentico messaggio.



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