L’elenco telefonico di Atlantide

Febbraio 2000, notte fonda. In un appartamento al quinto piano del condominio Nobile, a Pista Prima, il sedicente architetto (in realtà è solo geometra) Aurelio Fabrici, gravemente alcolizzato e malato da tempo, vomita anche l’anima mentre ascolta La belle vie di Sacha Distel. Poi, come fa spesso spinto da un misterioso istinto, prende l’ascensore, scende nelle cantine del Nobile e beve e si lava le ferite al rubinetto del lavatoio. Al quarto piano abita invece Giulio Rovedo, che lavora all’ufficio legale della Cassa di Credito Cooperativo del Tagliamento e del Piave (CCCTP). Lavora alacremente ad un documento excel anche se è notte fonda: sono stati assorbiti da Bancalleanza, che ha sede a Milano, e lui deve dimostrare che l’esistenza di un ufficio legale decentrato ha un senso “gonfiando” i dati sulle pratiche evase nell’ultimo anno. La mattina successiva ha una riunione a Milano, deve presentare quei dati sperando che gli bastino a evitare il trasferimento a Milano, che finora non gli è stato proposto ma che ormai è una minaccia concreta. “Giulio ha visto cadere gli uffici e i funzionari intorno a sé come alberi in una foresta comprata da una multinazionale della carta: giorno per giorno, mese dopo mese, finché il suo è rimasto uno dei pochi in piedi sulla cima della collina”. Sente i rumori di Fabrici, al piano di sopra, e lo maledice per l’ennesima volta: è per colpa di quel pazzo alcolizzato che con sua moglie e il figlio piccolo Olivier ha dovuto lasciare quell’appartamento quattro anni prima e andare a vivere dalla suocera, a Bagnago. Non era possibile sopportare quello stillicidio di rumori, urla, litigi e sporcizia con un neonato in casa. Arriva la mattina e Giulio arriva a Milano. L’ufficio legale di Bancalleanza è in un palazzo di vetro e acciaio a due passi da piazza della Scala, accanto alla sede della Finedison, che in questo momento sta attraversando una grave crisi aziendale: ci sono picchetti di lavoratori e poliziotti in tenuta antisommossa, l’aria è minacciosa. La riunione sembra iniziare bene per Giulio: l’avvocato De Rege dell’ufficio legale di Bancalleanza lo rassicura, almeno per il momento l’ufficio decentrato rimarrà in funzione, “in attesa dell’entrata a regime del nuovo sistema di consulenza a struttura modulare integrata”, ma quando poco dopo arriva nella stanza il giovane manager Amon Gottman, referente della Grimm Consulting, l’azienda che detiene la maggioranza in Bancalleanza, l’atmosfera cambia decisamente. L’uomo, altero e arrogante, smentisce e rimprovera De Rege e spiega che non vede validi motivi per mantenere aperto l’ufficio di Giulio. Quando Rovedo presenta i suoi dati, Gottman lo accusa nemmeno troppo velatamente di averli gonfiati ad arte. Dopo pochi minuti, la riunione si chiude. Depresso e scosso, Giulio al ritorno decide di comprare qualcosa per Olivier. In stazione ci sono solo giocattoli orrendi, gli compra il meno peggio: un pupazzo con la pelle scura vestito da faraone egizio…

Nel ponderoso romanzo d’esordio (circa 500 pagine) di Tullio Avoledo ci son dentro tantissime cose: lo gnosticismo spiegato bene, l’esoterismo delle multinazionali, il complottismo, gli universi paralleli, i miracoli, il nazismo magico, il simbolismo egizio, l’Arca dell’alleanza, Axum, un omaggio alla storia delle esplorazioni polari (il condominio Nobile) e uno a Orwell (il nome della cittadina in cui si trova il condominio, Pista Prima). Ma anche la satira sociale (non a caso l’autore ha citato tra le sue fonti d’ispirazione un inatteso Gérard Lauzier) ai tempi della bolla di Internet e una robusta dose di autobiografismo – Avoledo lavorava all’epoca appunto nell’ufficio legale di un istituto bancario che era stato assorbito da un gruppo finanziario internazionale come il suo protagonista, che ha anche lui guarda caso il cognome che finisce in “edo”. Ecco, Giulio Rovedo. Uno dei pochissimi punti deboli di questo fascinoso romanzo sta proprio a mio parere nel protagonista, e segnatamente nei dialoghi che lo vedono coinvolto (cioè quasi tutti). La a quanto pare invincibile tendenza di Rovedo a infarcire i suoi discorsi di spiritosaggini, arguzie e ironie oltre che a piangersi addosso lo rende francamente irritante, per non dire antipatico (e per giunta poco credibile, perché nella vita vera non si parla per battute come avviene in una sitcom). Capisco l’intento di sottolineare il contrasto tra un complotto cosmico e un uomo qualunque, ma così si ottiene un sapore quasi di commedia, un che di fantozziano che toglie potenza al plot: per lo stesso motivo poco senso hanno anche le freddure poste in apertura di capitolo. Notevoli invece le scene di sesso, tradizionalmente ostiche per gli scrittori esordienti. Il titolo è un gioco metaletterario, si tratta infatti del titolo di un Urania proveniente da un universo parallelo, scritto da un certo John D. Krieger e in cui si fa riferimento ad un (reale) progetto della British Telecom partito nel 1996 che mirava alla realizzazione di “copie di backup” di tutti i dati sensoriali di un essere umano. L’elenco telefonico di Atlantide, nonostante le piccole imperfezioni, è una storia travolgente e affascinante, un gioco di scatole cinesi che spiazza e ammalia. Ha originalità e ritmo e mostra una spiccata capacità di oltrepassare i confini dei generi letterari, quella che fa grande uno scrittore.



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