L’eredità spezzata

L’eredità spezzata

1943. L’Italia è nel pieno della guerra: Angelo Spadario, sua madre Assunta e i suoi fratelli stanno affrontando l’ennesimo viaggio in treno, l’ennesimo trasferimento di città a causa del lavoro di suo padre Domenico, sottufficiale della polizia carceraria continuamente trasferito di sede. Stavolta la destinazione è Milano, presso il carcere di San Vittore. Domenico non è con loro in quel viaggio e il gruppo, in treno, desta curiosità e anche un po’ di sospetto: è strano vedere una famiglia senza capostipite che si sposta in tempi pericolosi. Del resto gli Spadario si trasferiscono così spesso ‒ sette trasferimenti in quattordici anni ‒ che anche Angelo comincia a pensare che la motivazione legata al lavoro di suo padre sia solo una gigantesca balla. Ogni volta che si preparano al nuovo esodo, incombe sempre una certa fretta, una certa agitazione. Una sensazione di pericolo che tutti cercano di ignorare, ostentando normalità. Durante quel viaggio per la prima volta Angelo fa alla madre una domanda diretta: cosa stanno andando a fare a Milano? Perché proprio Milano? Assunta è muta, le tremano le mani. Suo figlio non deve fare domande, quella conversazione andrebbe troncata sul nascere perché non è possibile dubitare della buona fede di Domenico. Eppure gli Spadario, siciliani originari di Aragusa, sono una famiglia piena di segreti da generazioni. Angelo non ha neanche mai sentito parlare dello stuolo di zii e zie che sa per certo esistere, da qualche parte nelle Americhe, emigrato agli inizi del secolo in conseguenza della crisi delle solfare. Quando arriverà a Milano farà il possibile per non sembrare un meridionale: cambierà abbigliamento, acconciatura, inflessione dialettale. Farà quello che la sua famiglia continua a fare da sempre: fuggire. Fuggire da se stessa...

L’eredità spezzata rappresenta l’esordio come romanziere del pedagogista Igor Salomone, già autore di diversi saggi, tra i quali spicca il libro-diario Con occhi di padre nel quale racconta la sua esperienza con la figlia disabile. Il binomio genitore/figlio è in primo piano anche nel suo ultimo lavoro, che con uno stile semplice e scorrevole racconta ‒ attraverso la saga familiare degli Spadario ‒ di quanto sia importante per un individuo conoscere le proprie radici e la propria storia. Domenico tra Aragusa e New York agli inizi del 1900; Angelo nel 1940, nell’Italia di Mussolini devastata dalle bombe angloamericane; Ian ai giorni nostri: i tre protagonisti sono uomini irrequieti in cerca di risposte, stanchi di sentire parole sussurrate a mezza voce, ma sopratutto stanchi di fuggire da un passato che nessuno gli ha mai raccontato. I capostipiti della famiglia Spadario da tre generazioni sembrano inseguiti da una terribile maledizione, dato che non vivono oltre il ventitreesimo compleanno del loro primogenito, o in mancanza, del figlio maggiore. Ed è allora, quando la maledizione raggiunge puntuale il suo epilogo, che il resto della famiglia si spacca e si disperde, perdendo i contatti, ignorandosi volontariamente. Ma è davvero il caso di credere a queste storie? O c'è forse qualcosa di reale e di molto più terribile che deve essere taciuta, protetta da uno spesso muro di omertà quasi impossibile da abbattere? L’indagine dei protagonisti è serrata (e l’arcano verrà svelato solo nelle ultime pagine), perché è impensabile e faticoso non poter contare sulla propria memoria e doversi reinventare ogni giorno: sopratutto perché la storia, e il mondo, possono davvero cambiare in un soffio.



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