L’eroe e la maga

L’eroe e la maga

“Una volta aveva la forza nelle mani, ora solo carezze”. È notte, dalla terrazza della casa della maga l’eroe guarda l’orizzonte; il tempo è fermo, il mondo con le sue guerre da combattere i nemici da sconfiggere e i pericoli da affrontare è lontano. Qui c’è solo amore, “Non c’è niente da fare, eppure tutto è da fare. Non c’è niente per cui valga la pena di andare […] eppure l’eroe sente che il mondo ha bisogno di lui”. La maga è “bruna e morbida come lo scirocco, bella come nessuna donna reale”, i suoi occhi ardono come braci, la sua voce è un flauto che incanta. L’eroe le guarda la bocca rossa che gli dice “Per sempre, giura. Per sempre.”… Enea è giunto in Libia perché Giunone ha costretto Eolo a scatenare la tempesta sul mare con i suoi venti; la dea non può tollerare che la profezia si avveri e che un giorno Roma – l’eroe sarà colui che la fonderà - distrugga Cartagine, sua protetta. Pius Aeneas, “l’uomo del dovere” che obbedisce al Fato, perché “non può sottrarsi al suo compito, ma non appare mai invaso dalla passione per il destino che lo attende”. Nettuno rivendica però il suo potere sul mare e impone alla sua vendicativa sorella Giunone la quiete del mare. Enea “non possiede la determinazione assoluta e un po’ stolida dei veri eroi” ma una cosa è certa, “Farà quello che deve fare perché così è deciso, perché gli sono stati assegnati un popolo e una meta, ma forse in cuor suo vorrebbe fermarsi”. E così si è salvato dal terribile naufragio e ha trovato pace tra le braccia di Didone, una regina, una donna, che ha sofferto molto, ha perso l’amato marito Sicheo, ha combattuto per dare una terra al suo popolo e ora regna su Cartagine. “Come tutte le regine e le maghe, sa che nell’eroe c’è sempre la tentazione di desistere davanti agli ordini del Fato” ed Enea, come lei, ha conosciuto il dolore ed è molto stanco. “L’eroe va fermato: questo è il primo compito dell’amore. Forse la maga sa che non si può arrestare il corso delle cose, che il tempo deve andare avanti verso il suo compimento, verso la sua fine, sa che ogni eroe ha un destino che lo attende, che lo pretende, eppure si illude di poter chiudere il vento in una rete, la forza in un giardino. La bellezza, la seduzione, il piacere devono ostacolare la brutalità della Storia”. Didone la notte si sente sola, soffre il peso del comando e sogna un uomo da amare e finalmente riposare. Enea le racconta il suo viaggio tra sventure, sofferenze e lutti, e ad ogni parola sembra posare il suo dolore e cercare l’oblio e la pace; Didone è nobile, bella e generosa e l’eroe si lascia andare tra le braccia di una donna che sa ascoltare. Ma è impossibile dimenticare “di obbedire a ciò che è scritto nella pietra del destino” e per Enea tutto deve ancora accadere. “L’amore contro il viaggio. La quiete della stasi contro il furore del divenire. È un dilemma eterno, scelte radicali e opposte. Enea deve restare e consumarsi dolcemente tra le braccia di Didone, oppure salpare verso l’ignoto? E Teseo, Ulisse, Ruggiero, Rinaldo, Giasone, persino Pinocchio, che devono fare? Accettare una vita fatta di baci, carezze e rinunce o affrontare il viaggio fino in fondo?”…

La domanda che Marco Lodoli – giornalista, poeta, scrittore, insegnante, collaboratore de “La Repubblica” ed editorialista su temi legati ai giovani e alla scuola – pone in questi termini a reggere l’architettura di questo breve saggio che si legge come un romanzo, come sappiamo bene, è retorica. Lodoli sceglie due figure archetipiche – “Due variazioni di una stessa danza: si inseguono, si avvicinano, si corteggiano, si tradiscono, si abbandonano” – che nella letteratura di tutti i tempi incrociano le loro strade e restano insieme in un tempo fuori dal tempo per un periodo (relativamente) breve della loro vita, che poi, per necessità, riprendono lontani l’uno dall’altra. Ripercorre così, in maniera personale, la letteratura attraverso citazioni e riflessioni colte, di natura letteraria e filosofica, per raccontarci di Enea e Didone (dall’Eneide di Virgilio) ma anche di Ulisse e Calipso (Dall’Odissea di Omero), Giasone e Medea (dalle Argonautiche di Apollonio Rodio), di Teseo e Arianna (dalla Biblioteca di Apollodoro), di Ruggiero e Alcina (dall’Orlando furioso di Ludovico Ariosto), di Rinaldo e Armida (dalla Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso). Sempre, l’uno è condannato ad andare, l’altra a lasciar andare. Il Fato, il Destino è al disopra di entrambi e al disopra della loro volontà, l’eroe vive la condizione della Necessità e anche l’amore si nutre della stessa inesorabile sostanza, ma se il primo è soggetto alla necessità del Destino, l’altro obbedisce soltanto a se stesso. Necessità implacabile per entrambi, dunque, necessità nemiche l’una dell’altra; per entrambi – l’eroe e la maga - in serbo la stessa triste sorte, la solitudine. C’è soltanto un momento in cui l’eroe e la maga si incontrano ed è quando l’eroe si lascia andare al desiderio di fuggire il suo destino e abbandonarsi al sentimento. Ma “essere eroe non è una scelta, è come uno svuotarsi per riempirsi di un destino”, ha detto Marco Lodoli, e quindi scelta vera non c’è. Tra le figure letterarie considerate, soltanto Giasone appare diverso dagli altri, pure nella considerazione che – come ha detto ancora Lodoli – essere eroe non significa esserlo sempre per tutta la vita ed essere sempre figure positive e senza macchia. Giasone, infatti, non abbandona Medea per obbedire al Destino ma soltanto per una scelta egoistica che risponde al desiderio di migliorare la propria posizione. Lui ha bisogno dell’aiuto della maga per conquistare il vello d’oro, poi la sposa e la porta con sé nel viaggio di ritorno a casa. Ma quando giunge a Corinto, decide di abbandonare Medea e sposare la figlia del re Creonte per assicurarsi un certo benessere, non per obbedire agli dei o alla Necessità e gli dei – alla fine della sua vita - puniranno questa scelta arrogante. Ed è per questo che la storia di Medea e Giasone è diversa e più terribile per molti versi, discostandosi dallo schema seguito dagli altri personaggi. Leggere questi miti, alla luce del loro significato umano più recondito, un significato in ottica antropologica, vuol dire riflettere sul destino – per chi crede -, sulla possibilità di essere padroni della propria vita e sulla capacità di cambiarla, sul senso dell’amore. Significa anche fermarci a pensare quanto la razionalità possa avere la meglio sul sentimento o viceversa. Significa toccare corde profonde che ci riguardano tutti. Chiediamoci, insomma, perché riproporre i miti ha sempre un senso e, spesso, successo, a patto che si sappiano usare le parole con la giusta maestria. Ecco, Marco Lodoli sa farlo, ed è per questo che leggere questo suo breve saggio non può che essere un piccolo regalo da fare a se stessi.



0

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER