L’esclusa

L’esclusa

La sciagura si abbatte ancora una volta sulla casa di Antonio Pentàgora, e sempre sotto la stessa forma: le corna. Dopo suo padre e lui stesso tocca a suo figlio Rocco subire l’onta del tradimento, una macchia indelebile agli occhi del paese, un marchio a vita che Antonio nonostante il passare degli anni e i chilometri che lo separano da sua moglie non riesce a cancellare. Eppure lui l’aveva messo sull’attenti su quella Marta Ajala: ma tutto inutile, sui Pentàgora grava un destino ineluttabile. A guardarlo così, il suo primogenito, fiacco e stropicciato in faccia, ad Antonio si stringe il cuore, ma non è compassione quella che Rocco sta cercando: vendetta piuttosto, soddisfazione, farla pagare a quel miserabile dell’Alvignani che ha osato insidiare sua moglie. Un duello, questo ci vuole! Una singolar tenzone per ridare l’onore a lui almeno, perché quello di Marta è ormai perduto per sempre, dopo averla sorpresa con quelle lettere non ha dubbi. Anche la casa degli Ajala è rovinata, il capofamiglia è chiuso nella vergogna, ripudia moglie, figlie, persino se stesso. Che ne sarà della giovane Maria – la figlia minore – e della povera Marta disonorata? Ciò che conta è quel che pensa il paese, la stessa gente spesso miserabile e voltagabbana, pronta a nutrirsi dei cadaveri del vicino come luride iene…

Prima di Vitangelo Moscarda e della sua nevrosi, prima ancora che Mattia Pascal decidesse di morire e rinascere a nuova vita c’era stata lei, la sventurata Marta Ajala de L’esclusa, primo romanzo del maestro Luigi Pirandello. Scritta nel 1893 ma pubblicata soltanto nel 1901, l’opera prima di Pirandello – eh sì, anche i mostri sacri come il girgentino hanno i loro esordi – racconta la drammatica e farsesca vicenda di Marta, colpevole agli occhi di tutti ma senza colpa. Dramma nel dramma, all’onta subita dal Pentàgora si somma l’ostinato rancore di Francesco Ajala presto consumato dalla vergogna, e così pure le vicende di personaggi collaterali partecipi di quel melodramma che è la vita di paese, dove tutti conoscono tutti e nulla rimane segreto. Come confessa candidamente Antonio Pentàgora “(…) Nojaltri, di corna negoziamo “, lui perfetto archetipo del patriarca siculo offeso nell’onore, antesignano degli scanzonati personaggi di Lina Wertmüller. Ancora imbevuta di echi veristi che rimandano alla saga dei Rougon-Macquart di Zola, la prima prosa lunga di Pirandello si dimostra potente, solida nell’impianto narrativo e ricca nel linguaggio come nei suoi testi più maturi. Caustici gli interventi dell’autore che si guarda dal rimanere estraneo, e fa dei contrasti tra essere e apparire il vero motivo della narrazione. Meno nota de Il fu Mattia Pascal e Uno, nessuno e centomila, la vicenda di Marta non può restare “esclusa”, stavolta dalle letture di chi ama il mondo pirandelliano.



 

 

 

 
 
 
 

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