L’esorcista

L’esorcista

Iraq settentrionale. Padre Merrin, archeologo e sacerdote, sorseggia un bicchiere di tè bollente e dolciastro, incurante del sudore provocato dal caldo torrido. Gli scavi sono terminati e un suolo non particolarmente generoso ha restituito alla luce solo qualche monile, vasi e resti umani. A breve tornerà negli Stati Uniti, con sommo dispiacere del sovrintendente alle Antichità che a quell’uomo anziano in tenuta cachi si è quasi affezionato. Il prelato è però inquieto, e ascolta distrattamente le parole del sovrintendente. Sente che nell’aria c’è qualcosa di insolito ma non di sconosciuto e una brezza fredda riesce persino a farlo tremare, nonostante l’arsura desertica che lo circonda. È nel palazzo di Assurbanipal che si nasconde l’origine dei suoi turbamenti. La statua sgraziata del demone Pazuzu si erge fiera, con la bocca deformata in un ghigno innaturale e le ali frastagliate. Padre Merrin capisce che presto il male si risveglierà. E che toccherà a lui combatterlo, ancora una volta…

Considerato universalmente il primo grande capolavoro del genere horror, il film L’esorcista sconvolse le platee di tutto il mondo nel lontano 1973, quando il regista William Friedkin osò proiettare sul grande schermo la storia della possessione demoniaca di una bambina senza nessun tipo di tabù. Il successo fu enorme, tanto da far vincere al film ben due premi Oscar, di cui uno per la miglior sceneggiatura non originale, assegnato a tale William Peter Blatty. Ecco, è proprio William Peter Blatty la mente oscura e geniale che si cela dietro questo libro pubblicato originariamente nel 1971 e che divenne un vero e proprio bestseller grazie alla fortunatissima uscita del film. È facile dire, soprattutto in caso di trasposizioni filmiche mediocri, che “il libro è meglio”, ma non è altrettanto facile dirlo quando ci si trova di fronte a una pietra miliare della storia del cinema. Qui, proprio grazie alla presenza dello stesso Blatty in sede di sceneggiatura, mi sento di dire che ci troviamo di fronte sia a un grande romanzo sia a un grande film. L’esorcista però non è solamente un horror e - pur riuscendo nel suo intento primario, cioè spaventare - pone molti interrogativi sull’uomo e sul suo rapporto con il bene e con il male, rapporto sapientemente mostrato dalla figura di Padre Karras, sacerdote in crisi spirituale che si trova ormai a un passo dall’abbandonare la tonaca. Il demone Pazuzu, che si manifesta brutale e sarcastico attraverso la possessione della piccola Regan MacNeil, striscia subdolo nella vita di una benestante ma disunita famiglia di Georgetown e la sua presenza viene costantemente esclusa fintantoché non diviene l’ultima ipotesi praticabile. Da ogni pagina del libro promana uno strano sentore di sospensione e inquietudine che non può fare a meno di rapire e angosciare il lettore, soprattutto perché si accorge di non poter dare risposte interamente razionali a un fenomeno controverso come la possessione demoniaca (?). È per questo che L’esorcista funziona: riesce a toccare quel nervo scoperto che si colloca tra il razionale e l’irrazionale e che, volenti o nolenti, tutti noi teniamo, più o meno nascosto, in un angolo della nostra mente.



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