L’età bianca

L’età bianca

Nella mente di Alessandro il flusso degli anni ha saputo mantenere sempre vivo il ricordo di Elena. Non ha mai dimenticato la bellezza tenera di quella ragazza che a quindici anni di età denotava un’indole profondamente sensibile e matura, che rinunciava volentieri a uscire con le amiche per immergersi nella lettura dei romanzi di Umberto Eco. I suoi occhi riflettevano dolcezza, il corpo profumava di buono, il volto limpido e rasserenante cullava i sogni di amore del giovane diciannovenne che tentava di dissimulare mentre accanto a lei passeggiava lungo il corso di Fabriano. Le raccontava della sua intensa passione per la letteratura e della vita universitaria a Macerata. Ma non faceva mai alcun cenno al sentimento d’amore per lei che sentiva crescere sempre più forte al suo interno. Il timore di sentirsi respinto era invincibile quanto quello di rivelarle i supplizi della sua infanzia segnata dai supplizi del sarcoma di Ewing e della miracolosa guarigione. Ma ora che ella ricompare a distanza di trent’anni nella sua vita, il nodo aggrovigliato di quell’età bianca sembra sciogliersi come d’incanto. Benché nel frattempo Elena si sia sposata e sia divenuta madre, improvvisamente tra i due si instaura una nuova forma di complicità sensuale che pare voler colmare il vuoto delle opportunità lasciate in sospeso. Le parole che i due pronunciano, i gesti che compiono vorrebbero ora essere identici a quelli che avrebbero potuto pronunciare o compiere nel corso di una vita in comune. Come il bisogno di Alessandro di recidere per sempre il nodo che sembrava legarlo indissolubilmente al proprio passato…

Che cosa accomuna questo nuovo libro di Alessandro Moscè alle raccolte poetiche e ai romanzi precedenti? Si è indotti a pensare che il filo di congiunzione sia costituito dall’intrecciarsi di temi legati a eventi adolescenziali fondanti che tornano costantemente a visitare la sua memoria: dalla prodigiosa guarigione da una rara malattia alla passione per la Lazio di Giorgio Chinaglia, dal fedele rimando al quadro ambientale alla presenza femminile percepita come osmosi di attrazione sensuale e di figura sublimata. Pur non muovendosi ufficialmente in una dimensione autobiografica, Moscè tratteggia in queste pagine, attraverso il protagonista principale, i momenti più intimi del suo percorso esistenziale mettendo a nudo, nella distonia tra io e mondo, la necessità del dubbio e la nostalgia del senso. Mentre passa delicatamente attraverso l’infaticabile ricerca dell’amore, il delicato trasporto sentimentale di Elena e il prezioso contributo delle altre presenze femminili che gli ruotano attorno, si dipana la matassa di un intenso e coinvolgente romanzo, capace di farci inondare da tutta un’onda di affetti e di slanci che ancora rendano possibile descrivere la vita attraverso la pienezza del desiderio. Chiudendo il libro non si può non provare un autentico sentimento di gratitudine per questo autore che ha deciso di avventurarsi nel labirinto dove sono racchiuse le ragioni che fanno di uno scrittore una creatura fragile e incompresa, ha affrontato il Minotauro ed è tornato indietro per raccontarcene la storia.



 

 

 

 
 
 
 

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