L’età del malessere

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Roma, inizio degli anni ’60. La vita della diciassettenne Enrica è grigia e malinconica. I genitori arrivano a malapena alla fine del mese e sono molto infelici: la madre è un’impiegata pubblica dal fisico flaccido, sempre stanca e di malumore, il padre è un nullafacente con un lavoretto saltuario alle Assicurazioni e la mania di costruire gabbie per uccelli che poi nessuno compra. Enrica frequenta un corso di computisteria in un seminterrato freddo e buio dalle parti di via Marsala, ma voglia di studiare non ne ha poi molta. Quello che vuole davvero è stare con Cesare, un ragazzo parecchio più grande di lei che ha conosciuto circa tre anni prima sulla spiaggia di Maccarese e con il quale ha perso la verginità. La famiglia di Cesare è benestante e lui sta per laurearsi e subito dopo sposarsi con la sua fidanzata, bella e ricca come lui, mentre Enrica gira con magliette lise dell’Upim e scarpe rattoppate. Hanno un rapporto fatto esclusivamente di sesso: quando ne ha voglia, Cesare telefona ad Enrica, la invita a casa sua, ci fa l’amore e la congeda subito dopo, trattandola per giunta con annoiato distacco. Ma a Enrica – malgrado la gelosia, malgrado il dolore – di rinunciare a Cesare non va. Subisce passivamente i capricci di lui e anche la corte serrata che le fa Carlo, un suo compagno di scuola…

Era il 1963 quando il romanzo di una sconosciuta ventisettenne (destinata in seguito a divenire una delle signore della narrativa italiana), tale Dacia Maraini – in realtà si trattava del suo secondo libro, ma l’esordio La vacanza, uscito l’anno prima, era passato quasi inosservato – deflagrò come una bomba nell’ambiente letterario del nostro Paese, suscitando ammirazione e polemiche. Amaro, plumbeo, angosciante, L’età del malessere con il suo stile laconico e secco riesce a descrivere con mirabile, spietata precisione i paesaggi interiori di una adolescente che – senza una guida, senza un modello, attorniata da adulti irrisolti, egoisti e disperati – si lascia andare alla corrente della vita. Enrica è un mistero: ama un ragazzo e ne subisce con bovina passività i capricci, fino alle estreme conseguenze; è amata da un altro ragazzo, lo rifiuta ma comunque gli si concede; assiste attonita alla gestione dissennata della famiglia portata avanti da suo padre dopo la morte di sua madre ma non fa nulla per scuotere l’uomo; arriva a prostituirsi (senza apparentemente soffrire granché) per racimolare qualche soldo ma non per questo intraprende poi questa strada; solo nel finale sembra avere un sussulto che potrebbe segnarne il passaggio all’età adulta, la definizione di sé e – in un certo senso – il riscatto. I personaggi di Dacia Maraini si muovono in una Roma piovosa e buia, vivono una vita dai ritmi e dalle consuetudini lontanissime dalle nostre: i lavoratori fanno l’intervallo per il pranzo e tornano a casa ogni giorno per mangiare in famiglia (!), gli anticoncezionali paiono non esistere o comunque non esistono per Enrica e i suoi partner, l’aborto è illegale e viene praticato clandestinamente, i telefoni cellulari e i computer ovviamente non ci sono ancora e la comunicazione tra adolescenti avviene solo di persona o mediante sporadiche telefonate. L’autrice è bravissima a farci percepire la distanza sociale tra i personaggi e la borghesia che dipinge, decadente e opportunista, apparentemente capace solo di sfruttare sessualmente il popolo (Cesare, il padre di Cesare, l’avvocato a caccia di minorenni, la svanita riccona con il suo toy-boy), fa più schifo che spavento.



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