L’età dell’oro

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Timothy X. Farrell, che in seconde nozze si è unito a Emma De Traxler Sanford, figlia di Caroline e John Apgar, nipote di Carolina e Charles, divorziata nel 1923 a soli vent’anni da Giles Decker, che un anno prima gli aveva dato il figlio Aaron Burr Decker, ha appena deciso di trarre un film da Rebecca. Il romanzo, senza dubbio di pregio, di Daphne Du Maurier. E la visione dell’inquadratura iniziale gli è appena apparsa davanti agli occhi, improvvisa e vivida, mentre guida verso la facciata finto-georgiana di Laurel House, in alto sul fiume Potomac che scorre placido sotto la argentea e gelida luminosità della luna. Formidabile. Che sia maledetto David O. Selznick, che lo ha battuto sul tempo per l’acquisto dei diritti del film! E l’onta non finisce qui: si è permesso di assumere, per dirigere la pellicola, niente di meno che Alfred Hitchcock! Anziché lui, che ha quasi cambiato la storia del cinema insieme a Caroline: ah, se non fosse stato per… Sarà un bagno di sangue, un disastro vero e proprio, si dice Timothy mentre parcheggia proprio dinanzi all’ingresso principale della lussuosa magione, poco prima che il maggiordomo lo saluti e lo introduca lì dove lo attendono molti alti papaveri, che appena lo vedranno si esibiranno nel solito rapido sguardo da lucertola tipico dei salotti importanti di Washington, appena si unisce alla compagine un nuovo ospite…

Gore Vidal. Se non fosse uno slogan datato, trito e ritrito, e per giunta riguardante un prodotto alle cui finalità in un’epoca non troppo lontana (ma comunque più educata o più perbenista, chissà…) di quella contemporanea si sarebbe solo accennato “con rispetto parlando” e se non si temesse dunque la facile ironia, verrebbe da dire che “basta la parola”. Meglio, il nome. Uno dei più straordinari e versatili intellettuali mondiali del Novecento, che come nessun altro ha saputo descrivere, e ricostruire, per via romanzesca, tassello dopo tassello, la storia americana. Il nuovo impero, quello dei nostri tempi. L’età dell’oro, d’altronde, è un mito antico, il tempo nel quale la terra dà frutto senza sforzo, un momento magico. Ma non è, come recita la verità proverbiale, tutt’oro quello che riluce. La politica, che Vidal, che pubblica questo poderoso romanzo a settantacinque anni, conosce, per esperienze di studio e di vita, a menadito, va avanti a furia di compromessi, inganni, sotterfugi, propaganda, intrighi, ambizioni, meschinità, debolezze. Una zona d’ombra che lo scrittore nativo di Washington, classe 1925, indaga e riproduce sulla pagina con una prosa che ha il respiro dell’epica. Storie dinastiche, personaggi di fantasia e verità attinte da documenti presi in esame con la perizia di un Tucidide (o di un Linneo, o un Darwin…) dei tempi d’oggi, nel contesto degli anni che vanno dal 1939 al 1954, si intrecciano, e ciò che viene fuori è un edificio solido e bello, un quadro dai mille colori.



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