L’idiota

L’idiota
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Selin si trova ad Harvard, è il primo giorno di frequenza all’università e lei imbarazzata si accinge a compilare un modulo per avere un indirizzo di posta elettronica come studente. L’indirizzo comprende il cognome della giovanissima allieva, tutto in carattere minuscolo ed abbreviato, senza i tradizionali caratteri turchi. La circostanza la fa sorridere e di seguito si sforza di apprendere altre nozioni circa l’uso della posta elettronica. In particolare si concentra su come si inviano i messaggi e quali caratteri vanno usati. La situazione non è delle più semplici, la giovane non si raccapezza, nota che alcuni messaggi, hanno la forma epistolare tradizionale nel senso che iniziano con “cara” e terminano con “cordialmente”, altri sono invece telegrafici, sono scritti tutti in carattere minuscolo, sono privi di punteggiatura e sembrano essere stati trasmessi direttamente dal cervello del mittente al computer. L’altra stranezza è data dal fatto che ogni messaggio contiene quello precedente, come se le parole già scritte tornassero indietro, e la storia di ciascuno venisse costantemente aggiornata e registrata. Ma i moduli non riguardano solo le comunicazioni, nella stessa giornata la studentessa viene sommersa dai manuali necessari per la sopravvivenza all’interno dell’ateneo. Alcuni sono manuali di istruzioni su come reagire alle molestie sessuali, altri spiegano come richiedere prestiti studenteschi, altri ancora riguardano la mensa. Finite le procedure, arriva il momento di entrare in camera e immediatamente, in prossimità delle scale è una voce stonata che, mista al rumore di un paio di ciabatte di plastica, sorprende l’imbranata Seline. Si tratta di Hannah, la compagna di stanza che quella mattina è stata accompagnata all’università dai genitori. Selin improvvisamente nota il padre di quest’ultima, che da sotto la finestra dell’appartamento, tira fuori la macchina fotografica ed immortala l’evento affermando che è importante fotografare la prima compagna di stanza della figlia…

L’idiota è un romanzo quasi picaresco, prequel di un’altra opera della scrittrice americana di origini turche Elif Batuman, dal titolo I posseduti. È una storia tragicomica, un’ingenua avventura che coinvolge la giovanissima Selin attraverso l’Europa, in un primo tempo sperduta matricola ad Harvard e successivamente inesperta insegnante volontaria in Ungheria. In qualsiasi posto si trovi, la protagonista rappresenta il ritratto del candore adolescenziale, dell’inesperienza grottesca di chi è aduso più ai testi di letteratura che alla vita pratica. I testi dei quali Selin si nutre sono ovviamente i grandi classici della letteratura europea che, nei passi del libro corrispondenti alle esilaranti avventure della protagonista, vengono opportunamente richiamati. Ad ogni incontro, ad ogni nuova città visitata, nella mente della giovane avviene una metamorfosi: realtà romanzesca, personaggi letterari e personaggi reali fanno a gara per trovare la rispettiva collocazione, e l’ingegno della giovane viaggiatrice, più che emergere per acume, vibra di associazioni di idee e di ripetizioni di eventi riguardanti altri compagni di viaggio. Esilarante è l’arrivo a Parigi così come il pomeriggio trascorso nel giardino delle Tuileries e l’affermazione, autentico capolavoro di innocenza, riguardante il miglior museo visitato. A parte l’ilarità e la freschezza del personaggio nonché la narrazione di esperienze comuni a tantissimi studenti americani in vacanza-studio in Europa, dalle pagine del libro emerge anche una certa visione della vita, che ‒ a detta della protagonista ‒ non è altro che una narrazione, un romanzo che ciascuno costruisce da sé scegliendo o subendo dei ruoli a seconda delle circostanze che via via si presentano.



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