L’idiota della famiglia

L’idiota della famiglia

La prima cosa che scopriamo di Gustave Flaubert è che il futuro genio della scrittura da bambino aveva difficoltà a parlare. Anche Caroline Commanville, nipote di Gustave, racconta di come la nonna disperasse di insegnargli a leggere, della difficoltà dello zio a comprendere il significato dei segni dell’alfabeto per anni. Poi, con l’imminente ingresso al collegio, in qualche mese era riuscito a fare quello che per anni era sembrata meta impossibile da raggiungere. Una sofferenza indicibile per il bambino: avido di conoscere, piangeva sconsolato per questa sua incapacità. I genitori inizialmente si affliggono per la natura maligna che ha privato il figlio di qualche talento, ma in un secondo momento lo accusano di cattiva volontà e lo rimproverano aspramente. Il malessere familiare si inasprisce. Il fratello maggiore, Achille, è un bambino brillante, la sorella Caroline, minore di quattro anni, assistendo dalla culla alle lezioni di lettura che la mamma impartisce a Gustave, impara senza necessità di alcuno sforzo. In mezzo c’è Gustave Flaubert che offuscato da tanta fulgida precocità appare ancora più inetto, a questo fallimento nello studio seguono le “crisi di nervi”. Ma se veramente Gustave è rimasto analfabeta fino a nove anni, come ha potuto scrivere dopo poco una lettera come quella mandata a Ernest Chevalier? Frasi concise e vigorose con appena qualche errore ortografico per proporre all’amico Ernest di fargli arrivare le commedie che ha scritto...

Jean-Paul Sartre, più conosciuto come filosofo, ha scritto anche tante accurate biografie di personaggi illustri. Questa su Flaubert, pensata nel 1943 durante l’occupazione nazista, è frutto di un lavoro di venti anni, con ben cinque stesure per i primi tre tomi di oltre tremila pagine e una bozza del quarto, rimasta incompiuta perché nel frattempo l’autore divenne cieco. Sartre vuole capire come Gustave Flaubert, in famiglia considerato un ritardato per le sue difficoltà a parlare, sia diventato l’autore di un sì grande capolavoro della letteratura mondiale, Madame Bovary (1857). Capolavoro al punto che dal nome della protagonista è stata coniata la parola bovarismo: “insoddisfazione spirituale; tendenza psicologica a costruirsi una personalità fittizia, a sostenere un ruolo non corrispondente alla propria condizione sociale; desiderio smanioso di evasione dalla realtà, soprattutto in riferimento a particolari situazioni ambientali, sociologiche e sim.”, come da definizione del Vocabolario Treccani. Il titolo feroce, scelto con acuta precisione, mette insieme il nome dello scrittore geniale con un aggettivo dispregiativo e offensivo. Tutto il lavoro minuzioso e monumentale è una valutazione psicologica del piccolo Gustave Flaubert, per indagare come attraverso l’immaginario una persona possa trovare scampo dalle “strutture familiari interiorizzate” e liberarsi dal limite del giudizio altrui. Uno studio approfondito, appassionato e appassionante che integra diversi generi letterari: non solo biografia, ma anche saggio, critica letteraria, filosofia, psicoanalisi, storiografia e molto altro ancora, perché “Bisogna capire questo scandalo, un idiota che diventa genio”.



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