L’ignoranza dei numeri

L’ignoranza dei numeri

C’è un bambino di dieci anni che va con sua madre a fare visita al padre in carcere. Ci va lui e non sua sorella più piccola perché il padre non vuole che sua figlia lo veda in prigione. Soprattutto, non vuole che la sua bambina abbia quella immagine di lui quando torna a casa. È piccola e anche se lui da dietro le sbarre non può fare proprio nulla per lei, almeno può proteggerla da questo. Totore no, invece, lui ormai è grande e non solo può fare visita al padre, ma ormai alla sua età deve anche provvedere alla famiglia, “guadagnarsi la giornata”. In mancanza del genitore è lui l’uomo di casa. E così a dieci anni compiuti Totore sa che l’infanzia è finita e deve andare a lavorare. E nell’ambiente in cui vive, lavorare a dieci anni non solo è legale, ma pure estremamente pericoloso. Totore, però, non ci sta a deludere le aspettative del padre e non ci sta a pesare ancora sulle spalle della povera madre. Quindi va a bussare da parenti e conoscenti e inizia la sua attività e la sua “carriera”. Quella di espedienti, furti, incriminazioni e lotta per la sopravvivenza. La stessa “carriera” che lo porterà alla morte, un giorno qualunque, steso per terra e con negli occhi gli ultimi raggi del sole. Si vive miseramente e si muore altrettanto penosamente tra i palazzi scrostati e pieni di miseria umana di quella parte d’Italia dove le retate della polizia e l’impegno delle forze dell’ordine per presidiare il territorio assomigliano molto da vicino alla perenne quanto inutile lotta di don Chisciotte della Mancha contro i mulini a vento. Una cosa che l’ispettore Romeo Giulietti e il suo braccio destro Michele Carotenuto sanno molto bene. Loro, uomini di legge animati da una razionalità proverbiale, affidata soprattutto ai numeri, perché i numeri non si fondano su giri di parole o ipotesi colte, ma vanno dritti al punto e non mentono mai. Uomini che ogni giorno, comunque, devono fare i conti con i propri fantasmi e vivere le loro vite in modo parallelo tra il pubblico e il privato. Ma questa volta Romeo Giulietti non la vuole mollare la presa e l’unica domanda a cui desidera dare una risposta è: chi voleva Totore morto?

“Questo è il libro di un uomo che ha messo la sua esperienza e la sua professione di fede nella giustizia dentro una storia aspra e saggia”. Ecco le parole di Erri De Luca nella prefazione de L’ignoranza dei numeri, romanzo di Francesco Paolo Oreste, poliziotto e narratore, che regala ai lettori un lavoro letterario scritto, come direbbero quelli bravi, con cognizione di causa. Ma non è solo la storia a risultare credibile e coinvolgente fin dalle prime pagine. È la straordinaria capacità autoriale di costruire personaggi veri, quasi palpabili, così realistici da far pensare: ma a chi diamine assomiglia questo? …devo averlo incontrato da qualche parte! Una umanità variegata quella di Oreste, che sa coglierne tutte le sfumature e ridonarle appieno a chi legge in tanti piccolissimi particolari. E la stessa minuzia di particolari la troviamo anche nella descrizione delle ambientazioni che siano quelle dei palazzoni di periferia, quella delle pareti di casa di Giulietti, o quella dei libri che l’ispettore legge. C’è dissolvenza e vivacità nel romanzo di Oreste, abbandono e voglia di riscatto, desiderio di amare e paura di farlo. E sarebbe davvero troppo facile pensare a Romeo Giulietti come un prolungamento letterario di Francesco Paolo Oreste. Non è così. La cognizione di causa con cui scrive l’autore è data certamente dalla sua professione, ma anche da una assoluta propensione alla scrittura, un dono che prima o poi doveva venire fuori, e che non è detto possa esprimersi, in futuro, solo in questo genere letterario. L’ignoranza dei numeri è a suo modo un romanzo maturo, una diapositiva di vita quotidiana e allo stesso tempo un viaggio nei sentimenti umani che non sempre sono per forza buoni e positivi. È questa la grande forza del romanzo: la realtà delle cose. È questo che affascina chi legge: il mondo così come è.



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