L’illusione

L’illusione

Seconda metà dell’Ottocento, Sicilia, Milazzo e dintorni. Per Teresina è una piccola città di provincia, all'ombra dei divertimenti e delle amicizie paterne; le riesce difficile credersi a Milazzo, tanto da essere rimasta, più che altro, sbalordita. “Suo padre era il conte Uzeda, suo nonno era il barone senatore Palmi”. Una donnina, Teresa, dieci anni e occhi pieni di sogni, tolette e sfilate di carrozze, che vuol andar via dalle proprietà di campagna e tornare a Firenze dove è nata. Perché lì il nonno, liberale di antica data, le ha condotte e perché lì il suo papà Raimondo le ha lasciate. Lauretta, la sorellina che guadagna sempre baci e carezze, lei e la mamma Matilde. La intrigano i comportamenti dei grandi ma esser a lungo di cattivo umore è difficile a quell’età. Le passeggiate sulla spiaggia di San Papino, alla Tonnara, al Castello, in ogni caso, sono favorite. Con la mamma addolorata, Lauretta fragile e il nonno intrattabile, “il solo viso allegro era quello di Stefana, che le voleva bene come un'altra mamma”. Può forse sperare di raggiungere almeno la zia di Palermo?

In rapporto, come si conviene, dialettico, con I Viceré – il capolavoro del ciclo di De Roberto – e con il postumo L’Imperio, L’illusione (1891) è divenuto perlopiù il palcoscenico di uno solo degli aristocratici discendenti dai Viceré di Sicilia, Teresa Uzeda. Di un ritratto particolareggiato di donna ha dunque connotazione la prima opera della storia di una grande famiglia; e d'altro canto, concependo della Vecchia razza “quattordici o quindici tipi, tra maschi e femmine, uno più forte e stravagante dell'altro”, non è neppure casuale la predominanza di una sensibilità femminile a fondo appassionata. Che in realtà il romanzo non sia propriamente attento alla narrazione del secondo Ottocento in Italia – non si può dire lo stesso dei seguenti, dalle ampie prospettive storico-politiche – è noto. Il valore di interiorità, sentimenti e passioni è in complesso alto. Sicché non meraviglia che la Uzeda, nelle vesti una Madame Bovary italiana, sia coinvolta in una vicenda fortemente psicologica, in una polarità di verità e illusioni, capricci e persuasioni. In una progressione malinconica. E in fin dei conti “nel credersi diversa dagli altri come s’era ingannata! La sua storia era la storia d’ognuno! Come tutti, aveva apprezzato le cose prima di ottenerle o quando eran svanite”.



 

 

 

 
 
 
 

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