L’imperatore timido

L’imperatore timido

Benedetto Scolopio nasce nel 1633, nel giorno di San Benedetto, negli stati spagnoli d’Italia. Suo padre è un bastardo, nel senso di figlio illegittimo, ed è stato allevato dai frati scolopi che gli danno il nome del casato dell’ordine e gli insegnano il mestiere di falegname. Sua madre muore dandolo alla luce, ultimo di sette figli: priva di educazione e analfabeta, è dolce di modi e intelligente. Benedetto trascorre i primi anni dell’infanzia senza ricevere istruzione ma vivendo la libertà della fanciullezza. Suo padre è un uomo silenzioso e severo, di salute cagionevole. I suoi fratelli più grandi lavorano in bottega o presso altri artigiani. Ogni tanto lo picchiano, secondo l’umore del momento. A dieci anni comincia a imparare il mestiere accanto al padre, ma a quindici fugge con un drappello di soldati iberici con cui passa sette anni e impara a leggere e scrivere. Da quando scappa non sa più nulla della sua famiglia. A ventidue anni viene accusato ingiustamente di un delitto, passa sei anni in carcere dividendo la cella con un eretico, un uomo colto e di nobilissima famiglia, e poi imbarcato di forza su una nave portoghese dal triste destino diretta verso le Indie. Salvato da un battello cinese, inizia una nuova avventura…

Pubblicato per la prima volta per Einaudi negli anni Sessanta nella collana “Coralli” e riedito circa venticinque anni dopo da Guanda, il romanzo di Lodovico Terzi è uno di quei libri ironici e allo stesso tempo crudeli che richiamano in qualche modo lo smalto tutto italiano della prosa salgariana. Senza arrivare a scomodare Marco Polo, ricorda anche sapori internazionali: Defoe, Stevenson, Swift. Non a caso Terzi ha curato varie edizioni delle opere dello scrittore inglese e ha anche pubblicato nel 2007 per Adelphi L’autonecrologia di Jonathan Swift. La scrittura di Terzi è talmente semplice che si legge senza nemmeno accorgersene. Racconta con dovizia di particolari di un mondo sconosciuto a noi occidentali, in cui le tradizioni sono sì molto differenti, ma vi è in un certo senso in quella cultura pure una sorta di universale gentilezza di maniera che maschera una reale e totale ferocia. Italo Calvino salutò il libro dell’amico con grande ammirazione parlando di “una felicissima immagine del mondo in cui viviamo”: e in effetti la narrazione dell’ipocrisia che impregna il potere è un tema valido in ogni tempo e a tutte le latitudini, sempre più attuale.



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