L’impero delle cose

L’impero delle cose
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Nella rivoluzione commerciale che si verifica in Europa in pieno medioevo tre sono le città italiane protagoniste di intensi scambi con il mondo bizantino e il mondo arabo: Firenze, Venezia e Genova. Inizialmente, i mercanti di queste tre città importano dall’Oriente tessuti spezie e altri beni di lusso e li scambiano con grano, pellicce e metalli acquistati nei mercati europei, in seguito però l’arricchimento determinato dal commercio fa sorgere lo sviluppo di fiorenti attività manifatturiere nelle stesse città di residenza dei mercanti, mentre l’economia dei paesi orientali comincia a declinare. La Toscana sviluppa l’industria della lana, incentivata dalla possibilità di allevare in Maremma gli ovini provenienti dagli Appennini, mentre Lucca, Firenze e Venezia divengono le capitali della seta e rivaleggiarono tra loro per la produzione di carta e di prodotti in vetro. Sorgono ovunque istituti bancari e borse di commercio per calmierare i prezzi. Firenze comincia a realizzare la propria cinta muraria alla fine del 1300, ma duecento anni dopo il perimetro della città diviene quindici volte più grande. La città sfama i suoi cittadini con il grano della Puglia e della Sicilia. Nel 1575, la popolazione di Venezia raggiunge circa le duecentomila anime, un numero doppio rispetto agli abitanti che vivono nella città lagunare prima del 1348, anno della peste nera. I consumi aumentano e le famiglie usano oggetti ricercati per le loro tavole. Nel 1475, il banchiere fiorentino Filippo Strozzi ordina quattrocento bicchieri in vetro agli artigiani di Murano mentre il commerciante di seta Jacopo di Giannozzo Pandolfini acquista una serie di dodici forchette e cucchiai d’argento per ornare la propria tavola in presenza di ospiti. Un notabile veneziano, Domenico Cappello, figlio dell’ammiraglio Niccolò, nel 1532 lascia in eredità 38 coltelli da tavola con manici d’argento, 12 cucchiai e 12 forchette con decorazioni in oro e altre 42 forchette con ornamenti meno preziosi. Verso la fine del 1500, la tavola del marchese di Squarciafico a Genova viene apparecchiata con 180 pezzi di peltro e 104 piatti di dimensioni diverse mentre la vicina famiglia Brignole apparecchia con più di 115 piatti d’argento. In questo periodo compaiono, presso le famiglie più abbienti, oggetti come lo «spazadente» e lo «stuzicatoio da orecchi» in argento e in oro, per consentire ai proprietari l’idonea pulizia di denti e orecchie. Se il peltro è talvolta importato dalla Gran Bretagna, la posateria e le stoviglie sono di produzione locale, veneta o toscana. Anche la casa si trasforma e proprio in questo periodo nasce un ambiente speciale: il salotto. In una parola, gli oggetti preziosi divengono parte di un patrimonio ideale di buon gusto da accumularsi e trasmettere ai discendenti come il denaro…

Quella operata dal professor Frank Trentmann, esperto studioso di storia del consumo presso un’università londinese, più che essere un’opera accademica è un’interessantissima digressione – a tratti dal timbro antropologico – sul consumismo e sulle abitudini materialistiche dell’essere umano dal Rinascimento sino all’età contemporanea. È un’indagine condotta con rigore storico e ottimamente documentata, che spiega come si è modulato nel tempo il rapporto tra individuo ed oggetti a seguito di guerre, carestie e scoperte geografiche imprimendo un certo stile ai diversi popoli. Citando l’Italia, lo studioso evidenzia che a differenza di quanto è avvenuto nel nord Europa il benessere privato è reputato virtuoso se si esterna in opere pubbliche imponenti e collezioni di oggetti d’arte. Ed è questa la visione che si ritrova nei palazzi fiorentini adorni di oggetti e di quadri famosi. Come dire che il possesso di un oggetto di lusso nell’Italia rinascimentale, proprio al sorgere della civiltà dei consumi, non ha avuto una valenza edonistica bensì una rilevanza “sociale”. Presso altri popoli viceversa, i latifondi, i servi o addirittura gli schiavi furono utilizzati a fini di esteriorizzazione del potere raggiunto dall’uomo in un certo contesto, e tale visione determinò, nei secoli successivi, un’alterazione del rapporto uomo-bene di consumo. Man mano che lo studio del professor Trentmann approda all’età contemporanea sono gli oggetti di uso comune, i consumi alimentari e soprattutto i vestiti ad essere posti in rapporto all’individuo in un sapiente stile narrativo che incuriosisce e stimola la lettura anche in ragione dei rimandi alla filosofia o alle religioni imperanti in un dato paese. E così, scorrendo le pagine di quest’opera ponderosa ma interessantissima si ottiene una visione globale del consumo con un approccio descrittivo e causalistico al contempo che permette di cogliere la ragione ultima anche di certe nostre recenti abitudini, salutari in apparenza ma nocive per l’ambiente.



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