L’Impero nascosto

Se di primo acchito si pensa agli Stati Uniti ci si trova subito di fronte a un problema non da poco: immaginandone i confini infatti si tende quasi come per una sorta di riflesso pavloviano a disegnarsi nella mente una cartina che prende in considerazione soltanto la parte continentale della federazione nata dalle tredici colonie dopo l’indipendenza del 1776. È quella che il politologo Benedict Anderson ha definito mappa-logo, il rettangolone dalle linee pulite che esclude non solo le Hawaii e l’Alaska, ma anche tutti quegli altri territori - come, per esempio, Puerto Rico - che sono a tutti gli effetti parte integrante dei cosiddetti Grandi Stati Uniti d’America, ma che vengono sovente messi, anche del tutto involontariamente, in secondo piano, come se non facessero parte a tutti gli effetti della storia di una nazione che è anche un marchio, un’icona, un simbolo, dal punto di vista dell’immaginario collettivo culturale, sociale, economico, politico, persino automobilistico, targhe – meravigliose - comprese. E che soprattutto è un impero: anche se non si può, soprattutto perché politicamente scorretto, parlare di colonie, anche è stata la moneta filippina – e l’arcipelago asiatico è stato a lungo sotto l’egida/giogo a stelle e strisce – a ispirare il dollaro e non, come si potrebbe supporre, il contrario, anche se non hanno mai avuto monarchi e anzi hanno sempre rimarcato la loro alterità rispetto agli imperi propriamente detti (basti pensare al comunicato diramato subito dopo aver subito l’attacco a tradimento di Pearl Harbor, che datano al 7 dicembre 1941, e non all’8 come i giapponesi, perché avvenuto al di là della linea del cambiamento di data, proprio per porsi al centro), gli USA infatti sono stati, sono e saranno imperialisti. Tutta la loro epica si fonda su questo velato – ma nemmeno troppo – concetto...

Gli USA non sono New York, grondante grattacieli, né Philadelphia, con la scalinata di Rocky, né Los Angeles, con Hollywood, Beverly Hills e Rodeo Drive, né San Francisco, con il mitico quartiere gay di Castro e la leggendaria Lombard Street, con lo spettacolo dei tornanti verticali o quasi di Russian Hill. Ma non sono neanche i campi di mais dell’Iowa dove Meryl Streep si lascia sedurre da Clint Eastwood ne I ponti di Madison County, le piantagioni di cotone di Scarlett O’Hara nella Georgia succosa di pesche che ancora non aveva dato i natali alla Coca- Cola, i pozzi petroliferi del Texas, le luci di Las Vegas, il Grand Canyon, il parco di Yellowstone zeppo di sequoie, le cascate del Niagara o le sconfinate praterie che attraversa lento pede guidando un trattorino rasaerba verso il Wisconsin dove si trova, piuttosto male in arnese, il suo fratello estraneo, Richard Farnsworth nel più bel film di David Lynch, Una storia vera. Quantomeno, non sono solo questo. Ma anche questo. E anche se sono una nazione recente, che si è imposta come nevralgica terra delle opportunità, qualsiasi esse siano, hanno una grande storia, che qui, vezzosamente, il sottotitolo definisce tuttavia breve. E in effetti è comunque però sintetica questa versione, perché si sarebbe potuto andare avanti all’infinito o quasi: nonostante questo, è assolutamente esaustiva, grazie al ritratto minuziosissimo che, con prosa limpidamente divulgativa, ne fa sotto ogni punto di vista Daniel Immerwahr, professore associato di Storia alla Northwestern University.



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