L’imprevedibile destino di Emily Fox-Seton

L’imprevedibile destino di Emily Fox-Seton

Londra. South Audley Street. XIX secolo. I sogni della signorina Fox-Seton, trentaquattro anni e tanta volontà, un aspetto straordinario e le più accurate maniere della buona educazione, si raggruppano intorno a tutti gli sforzi possibili per essere apprezzata nel suo giusto valore. Emily è impeccabile e, per quanto sia in lotta con le ristrettezze, dissipa le difficoltà con spontanea bontà lavorando alacremente. Quanto a una donna del ceto più nobile, è diverso: ai piani alti si ha tempo per tulle e pizzi, ore di lamenti, intrighi e vanità. Che lingue affilate a Mayfair! L’arguta lady Maria Bayne, a rischio di apparire singolare, ne è la regina; ama intrattenere mondane fitte corrispondenze e ormai in età avanzata necessità di una giovane per scrivere i numerosi biglietti di inviti. Emily, che esegue piccoli lavori per le signore del gran mondo, è la persona giusta. Sua signoria, che conversa piacevolmente col nipote, non esita a ripetere che “è una creatura allegra e irreprensibile, una vera boccata d’ossigeno [...]. Ci sono così tante vipere in giro. Può andare a comprare per te una scatola di pillole o un cerotto perforato, ma allo stesso tempo è dotata di una sorta di naturalezza e assenza di ripicche e invidie proprio come una principessa”...

Poiché la bontà di Emily Fox-Seton è una rarità, si troverà che raccontare una così lodevole figura sia un apparente esercizio di verità, una rosea forma letteraria priva di realtà. È da credere, però, che non sia solo un diversivo, o un tema della scrittura di Frances Hodgson Burnett; che sia, insomma, abilmente arte, poiché la povera innocente Emily sembra invece suggerire elementi di vita e inattesi aspetti di esperienza. Questo romanzo del 1901, del resto, porta con sé l’imprevedibile destino di donne in cammino e in progresso, e diversamente dai bestseller dell’autrice prepara il lettore a una prima importante storia per adulti. La figura operosa, nobile e generosa, della signorina inglese va considerata come un ritratto, e certamente uno dei più edificanti e sensibili di cui il tardo Ottocento possa disporre, per rappresentare l’onestà a fronte delle asperità, l’abbandono delle rigidità di classe e il buon senso britannico. Una sfera femminile sinceramente espressa, di prove, di dignità, di apparenze, di povertà e di rovesci di fortuna – attraversata più o meno dalla stessa Burnett, che conobbe sorti alterne ‒ e delicatamente tracciata. Sono due le parti della vicenda, ma è uno solo l’animo della narrazione. Se “un po’ di gentilezza, una piccola gioia o un po’ di conforto la facevano brillare di allegria”, siate pure certi che sarà la nascita dell’amore a dare luce ai suoi “occhi grandi e sinceri”.



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