L’impronta della volpe

L’impronta della volpe
I Dogon sono una popolazione fiera e dalle tradizioni forti e irremovibili come le radici di un baobab che cresce nell’assolata savana. Vivono nel cuore del Mali, nella regione a sud del fiume Niger nei pressi di Badiagara, in umili villaggi fatti di capanne di fango. Tutto scorre placidamente in questa comunità, fino a quando in uno di questi sparuti villaggi, Pingui, in un brevissimo lasso di tempo tre giovani muoiono in circostanze misteriose. Apparentemente pare si tratti di una questione di tradimenti e di onore, ma nulla è come sembra. Un clima di omertà sembra calare immediatamente come una cortina di ferro su tutta la comunità, pare che in molti sappiano e abbiano visto, ma nessuno ha il coraggio di parlare. Viene così chiamato a indagare il commissario Habib, che si avvale del prezioso aiuto dell’ispettore Sosso. A causa dell’indagine i detective si ritroveranno immersi nelle tradizioni e nella vita quotidiana dei Dogon, quasi come se si trattasse di un viaggio ancestrale verso le proprie radici antropologiche. Razionalità e credenze mistiche si mescolano inscindibilmente, confondendo i due investigatori. A complicare il tutto ci si mette lo scenario che da secoli ormai flagella l’Africa, ovvero la lotta eterna tra colonialismo e autodeterminazione dei popoli in cui gli interessi economici sembrano prevalere su tutto e quindi avere delle influenze anche nel terribile caso in questione… 
Un noir che spiazza fin dalla sua ambientazione, ovvero il Continente nero. L’impronta della volpe infatti porta il giallo in un contesto così particolare con questi colori, profumi, riti e costumi così inusuali per un thriller canonico. Un giallo che si basa principalmente sul concetto che le nostre certezze occidentali spesso non siano sufficienti a dare tutte le risposte. Habib, il Maigret nero, ritorna in questo romanzo a indagare con tutto il suo carico di occidentale razionalità: ma questa volta bisognerà muoversi lungo un piano scivoloso, dove le superstizioni e le credenze contano più di un metodo investigativo rigoroso. Moussa Konatè è una delle più grandi penne d’Africa ed è noto soprattutto in Francia per i suoi polizieschi pubblicati con Gallimard. Il suo stile è molto lineare, in piena tradizione africana, senza fronzoli né colpi di scena. Si preferisce fare leva maggiormente sulla filosofia intrinseca e sulla morale generale del romanzo piuttosto che sulla spettacolarizzazione del crimine e sulle sequenze d’azione, e questo appare evidente fin dalle prime battute, soprattutto dai dialoghi pacati del commissario di Bamako Habib con il suo fidato aiutante Sosso. Un romanzo che ha riflessi anche di attualità parlando di un Paese martoriato come il Mali, senza però dimenticare l’ironia. 

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