L’incendio

L’incendio

Vitaliano Zorzi, industriale sposato e padre di due figli, sa benissimo che la sua storia con la giovane Emanuela è vicina alla conclusione. Da tempo e di comune accordo i due hanno deciso che, a partire dal giorno del matrimonio di Emanuela - giorno che purtroppo è ormai prossimo - non si vedranno mai più per il resto della loro vita. Ora, tuttavia, sono insieme a Venezia, sapendo che il fidanzato di lei tornerà dall’America il 19 o il 20 giugno. I due amanti hanno quindi la certezza di potersi fermare in città fino al 17, giorno d’inaugurazione della Biennale. Invece, il 16, di mattina piuttosto presto, la madre di Emanuela - che la crede a Venezia in compagnia dell’amica Gisèle - le telefona da Milano e le comunica che il fidanzato arriverà all’aeroporto di Malpensa, in anticipo rispetto al previsto quello stesso pomeriggio, ed attende che la fidanzata vada a prenderlo in auto, come fa di solito. Emanuela, quindi, deve partire immediatamente e tornare a casa. Delusione e dolore per i due amanti, costretti ad interrompere la loro fuggevole follia. Rimasto solo, Vitaliano - che ama Emanuela, ma ama anche sua moglie ed i figli - non può fare altro che girovagare per la città, infiacchito dalla malinconia. Se ne va a giocare, e a vincere, al Lido; poi alla Fenice a mangiare e a bere, a bere più vino del solito e più rapidamente del solito. Continua a chiedersi come riuscirà a vivere senza Emanuela. Vitaliano non rinuncerà mai alla dolcezza della sua famiglia, che gli è sì necessaria, ma purtroppo non gli basta. Al mattino successivo, alla ricerca di un regalo di nozze per Emanuela, Vitaliano capita ad una mostra di quadri e lo vede: un bosco in fiamme, contro un cielo non ancora notturno. Un quadro che gli appare subito eccezionale. Senza capire perché, Vitaliano non si stanca di guardarlo. Il quadro è firmato semplicemente “Meucci”. Il nome non gli è completamente nuovo, perché il suo amico Sergio Marinoni, critico d’arte, ha già scritto più di una volta su questo Meucci e ne ha sempre scritto con decisa ammirazione. Sì, Vitaliano ha deciso: acquisterà il quadro dell’Incendio - e sarà il suo dono di nozze per Emanuela - e chiederà a Marinoni di metterlo in contatto con l’autore...

Quando, nel 1981, viene pubblicato questo romanzo, Mario Soldati ha settantacinque anni. In realtà, il primo germe della storia, come l’autore stesso rivela, risale alla fine degli anni Sessanta; pertanto, come giustamente sottolinea Raffaele Manica nella sua introduzione al romanzo, si tratta di un lavoro che andrebbe considerato a sé e, almeno in un primo momento, avulso dal resto della prolifica produzione di Soldati, proprio a causa di questo lunghissimo periodo di gestazione. La storia dell’amicizia del protagonista Vitaliano Zorzi - uomo innamorato della vita - con il pittore Mucci- personaggio estremamente stravagante dal carattere giocoso, artista dotato di straordinaria abilità ma poco noto - viene complicata dalla sparizione tanto improvvisa quanto inattesa del pittore stesso. Intorno ai due orbita tutta una serie di personaggi minori, ma non per questo meno definiti e tratteggiati dalla penna di Soldati, con il loro carico di fascino ed ambiguità. Una storia affascinante, a tratti cinica a tratti morbosa, vagamente pirandelliana per la teatralità di alcune pagine e per il gioco delle apparenze così spesso presente tra le righe; la storia di un’Italia così lontana ma così uguale a quella attuale; una storia in cui le tematiche più care a Soldati (amicizia, passione, denaro, desiderio) emergono in maniera prepotente e l’autore, con il suo solito stile conciso, fluido e tutt’altro che verboso, le asseconda, le sottolinea e sembra voler suggerire, attraverso una riflessione sull’arte e sugli artisti e le loro passioni, che nulla è chiaro e trasparente, ma tutto - amore compreso - è in realtà una grande bugia. Un intreccio narrativo ricco di colpi di scena dal quale si evince, una volta ancora, l’enorme cultura, anche in campo artistico, di Soldati, unico tra gli scrittori del Novecento in grado di - come sapientemente sottolineato da Natalia Ginzburg - “esprimere, costantemente sempre, la gioia di vivere, non il piacere di vivere, ma la gioia; il piacere di vivere è quello del turista che visita i luoghi del mondo assaporandone le piacevolezze e le offerte ma trascurandone o rifuggendone gli aspetti vili, o malati, o crudeli; la gioia di vivere non rifugge nulla e nessuno: contempla l’universo e lo esplora in ogni sua miseria e lo assolve”.



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