L’inchiesta

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Un omino rotondetto e quasi calvo – di quelli che li noti a malapena, banali e senza alcun fascino – sbuca nel piazzale di una stazione nel pomeriggio ormai quasi buio, mentre cade una pioggia sottile mista a nevischio. Banale o no, lui è un Inquirente. E ha una missione. È stato inviato dalla sede centrale dell’Azienda in questa città per indagare sul numero impressionante di suicidi verificatisi tra i dipendenti nell’ultimo anno, una ventina addirittura. Come un’epidemia. Il piazzale della stazione è uguale a tanti altri, anonimo e grigio. Per circa un quarto d’ora l’Inquirente attende invano che si materializzi un taxi: non c’è anima viva. Si dirige verso un bar che intravede sull’altro lato della piazza, trascinando il bagaglio. La pioggerellina è diventata neve. Il barista è un tipo strano, parla a malapena ed è sgarbato, ma quando l’Inquirente gli domanda come arrivare alla sede locale dell’Azienda gli spiega che si trova poco lontano. L’uomo si fa coraggio, esce e si avvia a piedi. Urta un pedone, la valigia rotola a terra e si apre, il contenuto si sparpaglia sul marciapiede fradicio: mentre raccoglie tutto, sente pure di essersi preso un bel raffreddore. Quando poco dopo giunge alla sede locale dell’Azienda, l’Inquirente ha l’ennesima sgradevole sorpresa di quella missione a quanto pare nata male: al citofono di una guardiola pomposamente definita “posto di guardia”, come si trattasse di una struttura militare, gli viene bruscamente spiegato che gli uffici sono chiusi e che deve presentarsi l’indomani, ormai è sera. Sera? Ma non è pomeriggio? L’Inquirente controlla il suo orologio: fa le 21 e 45, assurdo. Deve aver perso la cognizione del tempo. È bagnato dalla testa ai piedi, vaga per quelle strade anonime cercando un albergo o qualcosa di simile, il naso gli cola e la gola gli brucia, ha la “stranissima impressione di essere osservato da una creatura invisibile, nascosta da qualche parte, altissima sopra di lui, che se la ride delle sue sciagure”. All’improvviso, incredulo, vede un’insegna spenta, “Albergo della Speranza”: sembra uno scherzo, ma è un hotel, decrepito e brutto ma pare proprio aperto. L’Inquirente entra, trova una donna enorme e mascolina dai modi a dir poco bruschi che gli fa compilare moduli a non finire e gli fa mille difficoltà per l’ora tarda (sono le 3 del mattino!) ma alla fine gli dà una stanza. Lui entra, posa la valigia, non accende nemmeno la luce e si accascia sul letto completamente vestito, sprofondando immediatamente in un sonno che somiglia alla morte…

Philippe Claudel, scrittore e regista cinematografico francese, ci regala una favola kafkiana – forse persino troppo kafkiana – su di un nuovo genere di totalitarismo, assai diverso da quello novecentesco: quello delle società globalizzate. La Global Economy infatti, da turbocapitalismo qual è, schiaccia gli esseri umani, li priva della loro identità, li riduce a mere comparse. Non a caso Claudel – che vuole denunciare questo gigantesco processo di disumanizzazione e l’opacità dei processi economici del XXI secolo – non usa nomi propri nel romanzo, ma identifica i personaggi con la loro funzione: l’Inquirente, l’Investigatore e così via. Il lavoro, sembra suggerirci l’autore, non è più un valore o perlomeno – senza retorica – lo strumento dignitoso della sussistenza: è divenuto il luogo dello sterminio dell’umanità, una tortura perpetrata dall’uomo sull’uomo. Questo approccio angoscioso permea L’inchiesta, che è la cronaca metaforica del tentativo di un intellettuale e cineasta di decifrare la modernità. Tentativo fallito, perché il protagonista (e vien da pensare, anche l’autore) si perde in un labirinto gelido, dove c’è solo morte. Una curiosità: dei “drammatici fatti di cronaca che sconvolsero la Francia negli anni 2008/2009” da cui Claudel sarebbe stato ispirato a dar retta alla bandella del libro, nemmeno sui siti francesi c’è traccia. Sarebbe stato utile essere più precisi, sempre che la informazione abbia un fondamento.



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