L’indifferenza dell’assassino

L’indifferenza dell’assassino
Milano, 8 aprile 1862. In una zona compresa tra la Porta Vigentina e la Porta Ludovica, si compie l’ultima condanna a morte di un civile nella storia della città: quella di Antonio Boggia, el Togn, il primo serial killer dell’Italia unita. Il movente che spinge quest’uomo a compiere gli omicidi è sempre di natura economica anche se, durante il processo, è solito parlare di una sorta di “estro” che lo porta ad uccidere; ma gli omicidi hanno luogo in uno stanzino nella stretta Bagnera, un piccolo budello che interseca via Nerino, nel cuore antico di Milano, dove il Boggia attira le sue vittime e le fa fuori. Muratore e, in seguito alla morte della moglie, portiere di uno stabile, Antonio Boggia è un individuo anaffettivo, freddo, tant’è che quando la moglie si ammala di una malattia incurabile non mostra alcun dispiacere. Gli interessano solo i soldi e l’alcol. La sua prima vittima è Angelo Serafino Ribbone, un suo amico. L'ultima è Ester Perrocchio, uccisa con un terribile colpo di scure, fatta a pezzi e seppellita nella cantina della Stretta Bagnera. È così che Antonio Boggia uccide le sue vittime e non lo fa per odio ma solo per amore dei soldi, del dané, che gli servono per ubriacarsi all’osteria. Ma qualcosa va storto e il figlio di Ester Perrocchio s’insospettisce. Le indagini portano subito nell’antro dell’orco, dove vengono scoperti altri corpi. Per il Boggia è la fine…
Cosa c’entra Maurizio Cucchi, noto poeta, traduttore e critico letterario, con il primo serial killer della storia italiana? Un giorno, passeggiando in via Nerino, Cucchi s’imbatte nella Stretta Bagnera, il luogo in cui Antonio Boggia aveva il suo laboratorio; un luogo che l’autore definisce “uno stanzino da fiaba dell’orrore”. Il giorno dopo, su una bancarelle trova un libro: Il giallo della stretta Bagnera di Giovanni Luzzi; lo compra e, dopo averlo letto, prende una decisione: la storia di Antonio Boggia va affrontata, raccontata. Così nasce L’indifferenza dell’assassino, biografia romanzata che affronta la figura di questo killer che agiva mentre Garibaldi, Mazzini, Cattaneo erano intenti, seppur con le note differenze, a cacciare il nemico austriaco e trasformare il secolare concetto di patria in un concreto progetto di stato unificato sotto una sola bandiera. E mentre per le strade si teorizzava, si tramava, si combatteva, Antonio Boggia uccideva per motivi di lucro, senza farsi minimamente toccare dal vento della Storia. Quella che Cucchi affronta, è la storia di un killer spietato, che non prova sentimenti e non ha problemi ad addormentarsi accanto al cadavere di una sua vittima; è l’iter processuale che porterà all’ultima esecuzione di piazza, nei confronti di un civile, in una Milano di fine Ottocento in cui ancora si poteva percepire l’eco della voce di Cesare Beccaria, mentre nella Roma papalina agiva il famigerato Mastro Titta, con le sue cinquecentosedici esecuzioni. Tutto questo Maurizio Cucchi ce lo racconta con una prosa pacata che non si concede picchi ma che guida il lettore nelle strade della città che l’autore dimostra di saper conoscere bene, permettendogli di immaginare e vivere i luoghi dove si svolgono le vicende narrate, con una ponte tra passato e presente che ci permette di confrontare i luoghi di ieri con quelli di oggi. Con una costante: il primato della parola sulle cose perché, sembra volerci dire Cucchi con il suo stile, attraverso la parola può emergere ciò che proprio la parola sta a rappresentare. E in questo caso la parola ci racconta la storia di un assassino, il suo processo, la sua morte. La sua indifferenza, insomma, nei confronti della vita.

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