L’infinito tra parentesi

L’infinito tra parentesi

Arriva prima la poesia o la scienza? Ben prima delle prove empiriche e dell’assunto secondo il quale “Ogni teoria scientifica può dirsi tale solo se ammette di essere falsificata” gli uomini hanno immaginato ciò che ancora non esisteva, o non era ancora stato scoperto. Ci racconta Omero che Efesto, dio ellenico del fuoco e delle fucine, forgiò delle catene tanto resistenti quanto invisibili con cui legò sua moglie e l’amante, per punirli: millenni dopo, nel 2011, viene sintetizzato il microreticolo metallico, che alla catena del dio somiglia sorprendentemente. Lucrezio con il suo poema De rerum natura ha influenzato scienziati rinascimentali come Magnenus, precursore della teoria degli atomi, fondendo idee scientifiche e immagini poetiche. E che dire del potere immaginifico della figlia del poeta dal piede (e dalla mente, così almeno sosteneva l’ex-moglie e madre della ragazza) caprino lord Byron, Ada Lovelace, che spingendosi oltre le idee del suo mentore Charles Babbage, inventore della macchina differenziale, immaginò e diede vita, da vera e propria “incantatrice di numeri” a un algoritmo che oggi è considerato il primo programma della storia della moderna informatica, paragonando le schede perforate della macchina ideata dall’esimio matematico a un telaio di disegni Jacquard: “La macchina potrebbe agire su altri oggetti oltre ai numeri…”. La poesia è l’arte di immaginare e in questo non è diversa dalla scienza, per questo le due materie possono fondersi e reagire, proprio come fanno gli elementi chimici quando si trovano abbastanza vicini da entrare l’uno nel campo di attrazione dell’altro…

Ben poco si sa del Marco Malvaldi chimico e scienziato, molto più si conosce l’autore dei gialli con protagonisti i simpatici vecchietti del BarLume, saga comico-poliziesca di straordinario successo editoriale, tanto da esser diventata una serie televisiva prodotta da Sky Cinema. Parto dal presupposto di essere un’umanista più che una scienziata, e che il mio parere è quello di chi utilizza l’intelligenza logica e matematica solo per compiere operazioni semplici e di routine (la maggior parte delle quali legate a denaro e spese varie, mera economia e zero astrazione insomma): va da sé che una persona che utilizzi maggiormente l’emisfero sinistro e i calcoli potrà avere del saggio un’opinione diametralmente opposta, capace con la lettura di far brillare le sinapsi come il C4. Il procedere del saggio con il metodo a costellazione, che passa da un argomento all’altro senza ordine apparente (con “legami molecolari” deboli come i gas, a proposito di analogie, uno dei temi fondanti del testo) non aiuta il povero lettore che voglia approfondire i profondi legami secondo i quali poeti e scienziati convivano all’interno delle parentesi citate nel titolo. Le analogie fra uomini di lettere e di scienza, fra pioneristici esperimenti e ispirazioni divine delle sacre Muse, sono abbastanza interessanti dal punto di vista aneddotico, ma altrettanto pesanti quando il discorso approfondisce su numeri e formule, con tanto di infografica geometrica e funzioni dagli elementi per me misteriosi quanto la Stele di Rosetta. Neppure il linguaggio a tratti colloquiale e irriverente basta a rendere meno ostici i passaggi sulla natura fisica delle cose, anzi amplifica la sensazione di inadeguatezza di chi nella vita si è ingozzato di letteratura e poco di scienza. Se è vero che la memoria a lungo termine è attivata dall’emozione, nelle mie sinapsi rimarrà forse qualche frammento, come tela di Penelope tessuta la notte e disfatta il giorno successivo. Insomma, non me ne voglia l’autore se continuerò a preferire Le affinità elettive di Goethe quando avrò voglia di rileggere una relazione sentimentale che unisca amore e chimica, scienza e letteratura.

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