L’innocente

L’innocente

Tullio Hermil è un giovane intellettuale, rampollo della migliore aristocrazia di fine secolo XIX, sposato a Giuliana. Tullio, in virtù di una consapevole ‘eccezionalità’ di cultura e di sangue, non ritiene di dover essere legato agli schemi della fedeltà coniugale così come una incipiente morale piccolo borghese imporrebbe. La assoluta supremazia culturale, una genìa di lungo termine che ha affilato la sensibilità artistica, la eccezionalità di una vita vissuta oltre ogni morale e al di là di ogni compromesso sono le ragioni che portano Tullio a sperimentare questo suo “superomismo” anche sul versante erotico: in questa visione del mondo e di sé, i ripetuti, ostentati adulteri di Tullio nei confronti di Giuliana non sono che il segno patente di una effettiva indifferenza rispetto agli schemi borghesi. Ma giunge il tempo in cui anche Giuliana, dolce e giovane compagna, trova comprensione e consolazione in un amico particolarmente sensibile ed affettuoso: lo scrittore, giovane anch’egli ed affermato, Filippo Arborio. Come nelle usanze dell’epoca, una volta scoperto il tradimento di Giuliana, Tullio vorrebbe risolvere la questione d’onore sfidando a duello l’amante della moglie. E tuttavia, una permanente sopraggiunta infermità impedisce a Filippo Arborio di accettare il guanto di sfida. Tullio così, rimane solo con i suoi rimorsi, con il suo ripiegamento verso Giuliana, con i suoi ripensamenti: si trasferisce, per ritrovare un po’ di pace e di serenità familiare, nella dimora di campagna dove vuole tentare di avviare una diversa e nuova relazione con la giovane moglie. Di giorno in giorno, le dinamiche di relazione tra i due coniugi sembrano migliorare, ma è la salute di Giuliana che diviene sempre più malferma e traballante. Si scopre così che Giuliana è incinta, e il nascituro reca i geni di Filippo Arborio. L’innocente che nascerà da quel rapporto adulterino porterà, però, con sé il marchio della ‘colpa’, sarà la prova dell’infamia e dell’oltraggio subito: ma Tullio opera e vive al di là di ogni umana morale e certo non si sentirà giudicato, per il suo infanticidio, da un tribunale di ordinaria umanità…

Secondo romanzo della trilogia dei “romanzi della rosa” dopo Il piacere, L’innocente è uno dei più riusciti e più facilmente leggibili tra i tanti di Gabriele d’Annunzio: la prosa, molto influenzata dalla lettura del romanzo russo, sembra quasi rinunciare, sia pure temporaneamente, alla lussuosa e scintillante sintassi del precedente romanzo (che ha fatto collocare d’Annunzio tra gli ‘esteti’ del decadentismo italiano) prediligendo una scrittura più semplice e lineare, anche se estremamente sorvegliata ed attenta ai valori musicali e fonosimbolici. Anche il protagonista, che a primo acchito potrebbe sembrare un ‘superuomo’ ante litteram, è in realtà un ‘eroe in negativo’, un antieroe, un ‘vinto’: non nel senso ottocentesco e verghiano, ma nel senso nuovo che inaugura il Novecento nella letteratura. Tullio è, come il suo fratello maggiore Andrea Sperelli ne Il piacere, un uomo malato nella volontà e nella capacità di rapportarsi al reale senza infingimenti e con tutto il portato di frustrazione che alla classe aristocratica intellettuale e cólta deriva dallo scontro con la incipiente civiltà di massa, la sconfitta del mondo dell’eleganza di pochi di fronte alla mediocrità di tanti. Con il superamento dell’aristocrazia, spazzata via dalla borghesia media e piccola che si affaccia alla storia nello scorcio tra ultimo Ottocento e primo Novecento, viene cancellata anche una tradizione di cultura, arte, eleganza, conoscenza soppiantate dall’arroganza dei mercanti, dall’ignoranza delle classi subalterne, da una morale condivisa universalmente ma che ha ucciso, irrimediabilmente, le leggi della nobiltà dell’animo. In Tullio Hermil, a saperlo fare, si potrebbero leggere tutti i segnali prodromici di quell’indifferenza che, per più e differenti versi, caratterizzerà alcuni ‘malati’ personaggi di Moravia (da Gli Indifferenti a La noia).



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