L’invenzione

L’invenzione

Leonardo si vale della sua frase per ritorcergliela immediatamente contro, e per dimostrare che lui invece dal canto suo ha fatto davvero male a non leggere nulla di Croce: anche se critica Marx non si tratta infatti certo di un forcaiolo. Senz’ascoltarlo, si impunta con tutta la tenacia di cui è capace a dichiarare con forza che la rivoluzione diviene una vera e propria necessità, che l’era della borghesia è definitivamente tramontata. Immagina addirittura di diventare uno dei capi della rivoluzione stessa: non importa quale, vanno tutte bene. Bisogna cambiare. Si vede già affermato, a scrivere sui giornali. Cita Nietzsche a traverso, ma i suoi aforismi, per il poco che conosce, gli fanno una grandissima impressione: si possono buttare in faccia senza stare a pesarli. Ci mescola i cascami di marxismo che vagano per l’aria, e quella mistura lo eccita. Leonardo è tremendamente saggio, tiene i piedi per terra, radicati, quasi immersi, mentre lui vuole sempre partire alla conquista di qualcosa. Tuttavia anche il nuovo personaggio dell’intellettuale mostra la corda: Leonardo ha infatti letto poco e meglio. E si appassiona persino al cinema, alle comiche: Charlot, Buster Keaton, Harold Lloyd, Cohen e Sammy…

Ripubblicato a quasi cinquant’anni di distanza, il romanzo con cui Alberto Vigevani ‒ scrittore, editore, collaboratore di varie testate, libraio e persino attore protagonista nel film di Civita, Mondadori e Monicelli I ragazzi di via Pal ‒ si aggiudicò nel 1970 il prestigioso Premio Bagutta, riconoscimento letterario che nella sua storia ha visto vincitori praticamente tutti i più grandi nomi (Comisso, Cardarelli, Gadda, Quarantotti Gambini, Brancati, Montanelli, Gatto, Calvino, Landolfi, Levi, Chiara, Anna Banti), in realtà è più attuale che mai. L’invenzione infatti racconta, qualche tempo prima di Uhlman con L’amico ritrovato (che esce in libreria nel 1971 in Germania e otto anni dopo in Italia), e con accenti lirici delicatissimi, una caratterizzazione vivida e un’eleganza calligrafica e al tempo stesso emozionante, equidistante da bildungsroman, autobiografia e romanzo storico, una storia di amicizia. Che è sentimento universale. E i due protagonisti sono giovani a rischio. Come tanti oggi. Anche se il pericolo che corrono, e che Vigevani descrive e conosce – purtroppo – bene, così come d’altro canto la città dove ambienta il tutto, la sua bella Milano, è quello della persecuzione razziale fra le due guerre. I due ragazzi sono infatti ebrei. Sono molto diversi fra di loro. E uno dei due si inventa, da qui il titolo, un amore per una ragazza, per smascherare quel po’ di sdegnosa superbia con cui l’altro sembra guardare le cose del mondo. Ma questo scherzo tutto sommato innocente diventerà il fulcro del loro legame.



 

 

 

 
 
 
 

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