L’invenzione dell’amore

L’invenzione dell’amore
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Dopo una serata passata con gli amici a bere sul terrazzo del suo appartamento a Madrid, Samuel riceve una telefonata. Dall’altra parte uno sconosciuto lo sta informando che Clara è morta in un incidente stradale. Pur non avendo idea di chi sia Clara, Samuel decide di partecipare comunque al suo funerale. Davanti a quel viso sconosciuto incorniciato in una foto in bianco e nero, in mezzo ad un gruppo di persone che lo guardano torvo e con indignazione, Samuel riceve per la prima volta la dimostrazione di quanto la persona per cui lo scambiano non debba essere bene accetta. Sarà questo, sarà la curiosità che si prende gioco della sua vita annoiata e solitaria da socio di minoranza di una ditta di laterizi e sanitari in rotta di collisione, Samuel inizia a pensare a come debba essere fingersi la persona per cui lo scambiano. Ruba la foto di Clara dal tavolino accanto alla bara, entra rocambolescamente in contatto con Carina, sorella della donna, con la quale intreccia una relazione enigmatica e ambigua, e inizia così una lenta, progressiva metamorfosi, la ricostruzione di un passato in cui Clara è stata davvero la sua fidanzata o, per meglio dire, la sua amante. In cui la finzione ‒ un gioco delle parti ‒ finisce per trasformarsi in una situazione fuori controllo; quasi, apertamente, in una ossessione…

L’invenzione dell’amore è una melodia lenta e malinconica come tutte le figure che la abitano e la animano. Samuel è un personaggio squisitamente pirandelliano. Un Mattia Pascal madrileno, vinto e soffocato dalle stesse inquietudini; dallo stesso desiderio ‒ parafrasando Alda Merini ‒ di essere altro, essere altrove. Deve riempire un vuoto enorme nella sua vita, di affetto, di equilibrio. Sopperire ad una frustrazione esistenziale che origina tutto da una solitudine inevasa, fatta di relazioni occasionali con donne di cui non ricorda i nomi, di cui confonde i volti. Donne che quando sono andate via gli hanno sbattuto in faccia la sua inettitudine e immaturità. Può allora essere una morta, una donna con cui non ha mai fatto l’amore, che non ha mai accarezzato, con la quale non ha mai litigato; può essere una entità eterea contornata solo dai perimetri offerti dall’immaginazione l’elemento chiave a dare senso ad una vita senza senso? Ovejero, pur inducendoci ad una dimensione claustrofobica e, in crescendo, angosciante, dice di sì. Ci costringe a seguire il filo intessuto dal suo protagonista senza permetterci di sentire riprovazione per quel che sta facendo: costruire (o ricostruire) la propria vita sulla morte. La storia è scabrosa ma non cede ‒ e non lo consente neanche al lettore ‒ a facili e stazzonati moralismi. Fino a quando può essere discutibile la moralità di appropriarsi di un passato non proprio per raggiungere la propria felicità; quanto ci si può indignare davanti al tentativo disperato di salvarsi dalla solitudine? Non c’è spazio per l’indignazione. Samuel è in cerca di se stesso, di una esperienza che sciolga i suoi punti interrogativi e Clara diventa l’occasione per rimettere in discussione tutto. Non si tratta solo di un divertente scambio di persona. Concepire di ricostruire un passato che non è il suo e viverlo a tal punto intensamente, che non potrebbe più pensare, ad un certo punto, che davvero non sia suo, per Samuel è la grande occasione per riparare al grande spreco che ha fatto della sua vita.



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