L’invenzione della morte

L’invenzione della morte
Montréal. René Lallemant, cronista del quotidiano “Canadien”, abbandona la stanza 919 dell’hotel Laurentin per l’ultima volta, certo che Madeleine proverà a chiamarlo a mezzanotte in punto, senza però ricevere risposta. E mentre la donna penserà a cosa fare, magari salire e bussare rischiando di essere notata, lui sarà già lontano, alla guida della sua automobile in mezzo alla neve e al buio. Se ne andrà non notato, incontro alla sua morte progettata da tempo, programmata e desiderata, costruita attorno ad uno schianto contro un parapetto e un volo fin dentro le liquide spire gelate del fiume San Lorenzo. Un tragitto in automobile che è anche un viaggio a ritroso nel tempo, estrapolando dai ventinove anni vissuti i momenti salienti, la vita quotidiana in redazione, e poi gli ultimi dodici mesi passati con Madeleine Vallin. Una relazione e un legame sofferto, sempre sul filo della passione, dei tradimenti, della gelosia, del dolore reciprocamente inferto e subito. Nel viaggio-delirio verso la propria esecuzione, René elenca mentalmente le sue regole e quei principi votati alla sconfitta che sono anche le solide basi sulle quali poggia e si sta costruendo la morte imminente. Ne fanno parte i contorti rapporti con il collega e amico Jean Paul, che da un lato lo aiuta ospitando i suoi incontri clandestini con Madeleine e con Nathalie, anch’essa accolta con arroganza nella vita di Renè e con altrettanta arroganza fatta uscire, dall’altro sbarrandogli la strada per una promozione e un trasferimento a Parigi, di fatto condannandolo all’oblio in una città che sembra fatta apposta per ignorarlo e poi sconfiggerlo…
La struttura di questo libro è costruita per scuotere e infliggere dolore, come se il lettore fosse il solo  uomo designato ed eletto dal giornalista René Lallemant ad ascoltare la sua personale, lunga e complicata confessione, espettorata come un grumo di sangue dalla gola prima dell’ultimo balzo verso una morte sperata e glorificata, liberatoria di una vita scomoda, mal fatta, malnata, che non doveva essere nemmeno affrontata. Una vita del tutto sbagliata, che il giornalista si augura di non ripetere, confidando di rinascere diverso, in un luogo lontano e soprattutto privo della memoria che gli ricorderebbe l’uomo che era. René dice di sé stesso: “ Io appartengo alla razza di chi telefona sempre per primo, e nel  momento sbagliato.” E ancora, ripensando alla sua fede adolescenziale: “Quando il mondo intero avrà perduto la fede, bisognerà lo stesso tenere le chiese aperte, affinché esse servano ancora da rifugio e le loro grandi forme femminili sostituiscano le carezze per un bambino battuto. Di bambini sconfitti ce ne saranno sempre.” Sono frasi, queste così come l’intera sequenza narrativa del libro, che diventano epitaffi scelti appositamente per la propria morte, definitiva di certo, ma non per questo pensata come sentenza spietata, almeno non tanto quanto può esserlo una vita sconfitta in partenza. È di certo un libro serio, da valutare attraverso la lente personale dello scrittore, da soppesare e assorbire tenendo conto delle provocazioni che porta con sé. Scritto nel 1959, rifiutato dall’editore per il timore dello scandalo che l’argomento avrebbe potuto provocare, il libro è rimasto lontano dalle stampe fino al 1991, diventando vivo quattordici anni dopo la morte del suo creatore.

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