L’invidia degli dei

L’invidia degli dei
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Milano, 1919. Carlotta, figlia del principe Ercolino di Monsigliolo, getta in un lago l’anello di fidanzamento consegnatole dal primogenito del conte Uberto Bomporto. Il loro matrimonio sarebbe stato un armistizio fra i due padri, collezionisti d’arte in perenne gara a chi acquista il capolavoro più prestigioso. Il ritratto di Ludovico il Moro dipinto da Giovanni Antonio Boltraffio, ad esempio. L’anello è tempestivamente ripescato dal nocchiero, che all’insaputa di tutti lo riporta al gioielliere: passando di mano in mano, il prezioso finisce ben nascosto fra i seni di Yvette, l’istitutrice di Carlotta, che diventa prima amante del principe Ercolino e poi informatrice del conte Uberto, per vendicarsi della mancata scalata sociale che nessuno le permette di compiere. È l’anello stesso la voce narrante di questa storia: conosce i segreti di tutti e li custodisce, permettendosi di giudicare i vizi di questa nobiltà destinata, tutta quanta, a decadere. Perché ne è così certo? Perché mentre Ercolino e Uberto si dedicano a pranzi raffinati e al teatro d’opera, tutto intorno le cose stanno cambiando: il Vate Gabriele Rapagnetta diventa l’eroe di Fiume e induce di fatto l’Io Piove - così Ercolino lo ha ribattezzato – a mandare in marcia su Roma i seguaci, vestiti con la camicia nera...

L’invidia degli dei, a una prima lettura, sembra il fratello minore de Il giardino dei Finzi Contini: un racconto dei vizi e virtù di chi è nato in una ricca famiglia, godendone tutti i privilegi, ma che è in balia del proprio ceto sociale al punto da non accorgersi della Storia, quella con la S maiuscola. A differenza di Bassani, tuttavia, Jacini non mostra il peso degli eventi in tutta la loro potenza. Dovrebbe raccontare com'era Milano a quei tempi, e come il Fascismo ha modificato le vite di moltissime persone e stravolto l'ordine sociale così come lo si conosceva. Dovrebbe, ma non riesce. Entrare in empatia con i personaggi, con le loro smancerie e ostentazioni, è quasi impossibile per chi non ne condivide la classe sociale. L’autore ci parla di teatro d’opera, gioielli e dipinti costosi, e ci fa sentire piccoli nei nostri appartamenti così comuni, senza sale da pranzo e senza una biblioteca che arriva al soffitto. Non ci permette di guardare oltre le maschere dei personaggi, né di ricordare che di fronte alla Storia siamo tutti uguali. La vicinanza a quel mondo, che pure è esistito e forse da qualche parte esiste ancora, non scatta. Invece avrebbe dovuto, e sarebbe stato un viaggio molto più interessante.



 

 

 
 
 
 

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