L’isola che brucia

L’isola che brucia
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Teresa vive a Lisbona, ha trent’anni e da poco ha scoperto di portare in grembo un figlio che non vuole. In Portogallo ci è arrivata per dedicarsi alla pittura e cogliere quella “Grande Occasione” che dovrebbe aprirle le porte ad una carriera nel mondo dell’arte; ci è arrivata però anche per lasciarsi alle spalle Barcellona e il padre di quel bambino non richiesto. Sola nella capitale di piastrelle colorate e strade in salita, Teresa non ha altre attività al di fuori del lavoro, a parte le lezioni di portoghese. A impartirgliele è un uomo di nome William che la ospita a casa propria una volta ogni due settimane; William non lascia trapelare molto di sé, ma a vederlo così dimesso ed emaciato non è difficile immaginare che qualcosa del suo passato lo tormenti. Durante una giornata come tante la routine di Teresa viene interrotta da una telefonata. Dalla Corsica, terra natia della famiglia paterna, la zia Louise la informa che la nonna sta dividendo l’eredità e che lascerà proprio alla nipote la casa di famiglia. Teresa non sa cosa pensare: i rapporti con la famiglia del padre e con il genitore stesso sono sempre stati difficili; d’altra parte però la prospettiva di ottenere una casa di proprietà non solo rende più tangibile la sua “Grande Occasione”, ma può anche rappresentare il pretesto per far pace con le proprie origini corse. All’arrivo nel punto più a nord della Corsica, il Cap Corse, Teresa scopre che non sono solo l’isola e i suoi abitanti ad accoglierla con ostilità, ma che anche la sua stessa famiglia le renderà la permanenza tutt’altro che piacevole…

L’isola che brucia è il romanzo d’esordio di Emma Piazza che, come scopriamo dalla sua biografia, ha infuso molto delle proprie vicende personali nel personaggio di Teresa. Come la protagonista infatti, anche la Piazza ha mamma italiana e papà corso. Non a caso la Corsica di cui leggiamo – con la sua aria soffocante, il terreno arido e la vegetazione inospitale – non è mera ambientazione, ma uno degli attori protagonisti e sicuramente l’elemento meglio riuscito del romanzo. Quello che vorrebbe essere un thriller intriso di segreti famigliari da svelare però non riesce a decollare e rimane sospeso nel limbo dei libri dimenticabili. Uno dei grossi scogli è l’abuso di asindeto per punteggiatura (“Imprimo una lieve pressione. Il pomello è liscio e freddo. Inizia a ruotare. Poi all’improvviso si blocca. Spingo con più forza, qualcosa scatta. Apro più lentamente possibile”) che nel tentativo di creare suspense finisce per imprimere alle pagine una pesantezza quasi fastidiosa. Altro problema è la narrazione in prima persona ripartita tra Teresa e William: anche se è apprezzabile lo sforzo dedicato al delineare la psicologia dei personaggi, che compiono un evidente arco di crescita nel corso delle vicende, l’espediente del “tu” a cui i due si rivolgono (rispettivamente l’ex compagno e la figlioletta deceduta) non aggiunge nulla alla narrazione, ma anzi la sovraccarica di un pathos eccessivo e falso. Non convince nemmeno l’intreccio della storia, che tira in ballo parenti nascosti ed eredità contese, in un finale prevedibile che lascia il lettore poco impressionato.



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