L’isola dei senza memoria

L’isola dei senza memoria
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È difficile ricordarsi cosa sia scomparso prima nell’isola. Quando si è ancora molto giovani non si fa caso a ciò che improvvisamente scompare, si va avanti e ci pare sempre di essere felici. Con la maturità e con la perdita dei genitori, la protagonista – una giovane donna di cui non conosciamo il nome – si rende conto che nella sperduta isola giapponese in cui vive le cose “scompaiono”. Sua madre ha avuto la prontezza e il coraggio di conservare alcuni oggetti, lei cerca di vivere nonostante le perdite. Dapprima si è resa conto che dopo ogni sparizione l’isola resta in subbuglio per tre o quattro giorni, tutti sono sconvolti, poi la polizia si accerta che non ci sia più traccia degli oggetti cancellati dalla memoria collettiva e dopo… si continua a vivere. Come se non fosse accaduto nulla, come se andasse bene così. Dapprima sono stati i francobolli, poi le rose, poi il profumo, gli uccelli, fino a giungere a perdere gli arti. La protagonista cerca di resistere, di non adattarsi, di proteggere il suo unico amico – uno scrittore – in modo che lui mantenga vivo il ricordo, che scriva perché nulla scompaia realmente e con le sue parole le generazioni future possano sapere quello che è stato, quello che è accaduto. Ma quanto è difficile da soli poter resistere ad un peso così grande? Quanto poi si riesce a non adattarsi per poter sopravvivere?

La scrittrice giapponese Yoko Ogawa è molto famosa nel suo Paese e ancora poco conosciuta nel nostro. Approfondisce qui un tema a lei già molto caro (si pensi ai suoi romanzi precedenti La formula del professore o L’anulare, per citare i più noti): la perdita. Stavolta non si perde solo la memoria o l’uso di una piccola parte del corpo: è un mondo di oggetti, sensazioni, emozioni, ricordi a svanire lentamente sotto gli occhi impotenti e a volte indifferenti degli abitanti di un’isola giapponese. Ogawa scrive utilizzando una prosa asciutta, paratattica, molto bella la traduzione di Laura Testaverde che è riuscita a rendere la complessità del lavoro della scrittrice nipponica. La trama, apparentemente semplice, nasconde molte complessità. L’intero romanzo è permeato da un senso di inquietudine che non ci lascia mai. La lettura è però poco scorrevole, sembra che la narrazione non decolli mai e che il lettore non riesca mai ad essere coinvolto realmente e a sentirsi parte del tutto. Ogawa ha dichiarato che il suo non è un romanzo politico a chi le chiedeva quanto questa sia una metafora della società contemporanea: il suo scopo è analizzare la perdita e il modo di superare e di adattarsi a tutto. La metafora è però abbastanza chiara e la sua analisi della società abbastanza puntuale: stiamo perdendo tanto, non solo oggetti e memoria, soprattutto la nostra “umanità” e l’empatia che ci lega agli altri, siamo sempre più chiusi nelle nostre abitazioni e sempre meno in mezzo alla gente. Tornare a passeggiare, tornare a fidarci di chi ci circonda, smettere di avere confini, sarebbe davvero una meravigliosa soluzione a molti problemi.



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