L’isola del dottor Moreau

5 gennaio 1888. Un uomo di nome Edward Prendick viene raccolto a 5°3’ di latitudine sud e 101° di longitudine ovest su una lancia alla deriva al largo dell’isolotto vulcanico di Noble, che risulta disabitato. L’uomo afferma di non ricordare nulla degli eventi successivi al naufragio della “Lady Vain”, la nave dove viaggiava, avvenuto quasi un anno prima. Ma tra le sue carte viene rinvenuto un lungo manoscritto, una storia incredibile probabilmente frutto della sua fantasia. Possibile invece che sia un resoconto fedele alla realtà? Rimasto solo su una scialuppa della “Lady Vain” e rassegnato ormai alla morte, Prendick racconta di esser stato soccorso da un piccolo veliero mercantile, chiamato “Ipecaucanha”, in rotta da Arica a Callao con un carico di merci e animali esotici, al comando di un violento alcolizzato, il capitano John Davis. Ad aiutarlo a rimettersi in sesto sono un giovane medico balbuziente, Montgomery, e il suo strano assistente, un uomo deforme dal volto nero e gli occhi che brillano al buio. L’atmosfera sulla nave è intollerabile: gli animali ingabbiati urlano quasi ininterrottamente, il ponte è cosparso di immondizie, i cani del capitano ringhiano e abbaiano ferocemente al povero assistente di Montgomery, Davis è sempre ubriaco e minaccioso. Montgomery prende in simpatia Prendick al punto che quando la nave fa scalo a Noble per scaricare gli animali e il capitano vuole liberarsi anche del naufrago, il medico accetta di accoglierlo su quell’isola remota malgrado il suo superiore, l’enigmatico dottor Moreau, sia contrario. Perché tanta segretezza? Prendick si rende subito conto che a Noble è in corso un esperimento scientifico estremo e dai risvolti inquietanti…

Nel 1896 ferveva in Inghilterra un aspro dibattito sulla liceità della vivisezione per motivi di ricerca scientifica, e arrivavano a Londra reportage grandguignoleschi sul cannibalismo della setta dei cosiddetti “uomini leopardo” in Sierra Leone. Nasce quindi dall’attualità questo sorprendente romanzo di Herbert George Wells, portato più volte sul grande schermo ma sempre con risultati assai deludenti (se non quasi ridicoli, come nel caso de L’isola perduta, diretto nel 1996 da John Frankenheimer e interpretato da Val Kilmer e Marlon Brando). Al di là della plausibilità scientifica dello spunto narrativo dello scrittore britannico – un “mad scientist” che rende gli animali quasi umani grazie a interventi chirurgici estremi che inducono persino mutamenti comportamentali – certe trovate sono davvero indimenticabili: la preghiera dei subumani “Sua è la casa del dolore. Sua è la mano che crea. Sua è la mano che ferisce. Sua è la mano che guarisce”, per esempio, è da brividi. Cosa definisce un essere umano? Come funziona davvero l’evoluzione (Darwin – ricordiamolo – è quasi un contemporaneo di Wells)? Che ruolo ha la religione nel controllo sociale delle masse da parte delle élite? Sono solo alcuni degli interrogativi nascosti nel meccanismo di questa storia disturbante, che quando entrano in contatto con l’orrore e la violenza sparsi a piene mani nel plot fanno scintille. L’unico difetto del romanzo, che unisce mirabilmente avventura classica e fantascienza, è la brevità davvero irritante: Wells da una idea a dir poco brillante tira fuori infatti un libriccino di poco più di 100 pagine. Oggi ne avrebbero tratto almeno una trilogia da 500 pagine a volume.



Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER