L’isola del silenzio

Argentina, anni Settanta. La dittatura militare di Videla ha trasformato la Scuola di Meccanica della Marina in un centro di detenzione clandestina e di tortura dei “presos politicos”. Un ambiente orribile, in cui le urla dei torturati rimbalzano da un muro all’altro. Chi vi entra non sa se uscirà vivo. Fuori, ad attendere, a cercare notizie, a farsi una ragione delle sparizioni restano i parenti dei prigionieri, appesi ad un filo di speranza. Bussano alle porte dei militari, ma soprattutto bussano alle porte del clero perché attraverso la loro intercessione i preti possano ricevere notizie sulla sorte dei propri cari. Gli alti vertici della nunziatura argentina di Buenos Aires non si negano, intercedono, tengono liste sempre aggiornate dei vivi e dei morti. Alcuni prigionieri testimoniarono anche la loro presenza silenziosa durante le torture. Un doppio filo micidiale, quello che lega la Chiesa argentina al regime militare. Spesso, senza pudore, come fa l’italiano Pio Laghi, allora nunzio apostolico, che con Emilio Eduardo Massera, il capo di Stato Maggiore della Marina Militare, gioca a tennis incurante che davanti ai suoi occhi ci sia uno dei più efferati responsabili del golpe. Quando nel settembre del 1979 la pressione internazionale sulla questione dei desaparecidos si fa incalzante, la Commissione Interamericana per i Diritti Umani non può sottrarsi all’urgenza di ordinare un’indagine nelle carceri argentine, all’ESMA in particolare. Venuti a conoscenza dell’imminente ispezione, i militari trasferiscono tutti i prigionieri presso l’isola denominata “El silencio”, di proprietà della Chiesa e frequentata dai prelati durante le vacanze. Lontani da occhi indiscreti ed ispezioni i prigionieri sono sottoposti ad un programma di “rieducazione” al doppio scopo di ricevere informazioni e trasformare gli oppositori in collaboratori. In cambio c’è la sopravvivenza. La Chiesa non poteva non essere a conoscenza di tutto questo. Perfettamente consapevole di tutte le attività clandestine dei militari, incluse le torture, quando il nome di un desaparecido non era nelle loro liste, quando sapevano che fosse morto e soprattutto come fosse morto ai parenti dicevano semplicemente di non cercarlo più, il loro congiunto. E nel frattempo offrivano conforto morale ai militari per giustificarne le atrocità e sostegno teorico per suffragare la giustezza della loro missione: “Quando c’è spargimento di sangue, c’è redenzione. Dio sta redimendo la nazione argentina per mezzo dell’esercito argentino”…
Che la chiesa argentina sapesse, tacesse e collaborasse è oramai una verità documentata. Questa delicata indagine di Horacio Verbitsky, durata 15 anni, contribuisce ancora di più a completare il quadro perché suffragata da tantissime testimonianze di esponenti del clero, di prigionieri sopravvissuti e dei parenti di quelli che, invece, a casa non tornarono. Dopo l’elezione dell’argentino Jorge Mario Bergoglio al soglio di Pietro il dibattito intorno alla connivenza del clero argentino con la dittatura militare, e con esso anche questa inchiesta, è ritornato in auge proprio perché Bergoglio, allora provinciale di Buenos Aires, non si è mai scrollato di dosso l’accusa di non aver fatto quanto era in suo potere per salvare dalla detenzione due suoi sacerdoti che operavano nelle villas miserias ed anzi di essere stato proprio lui, con la sua omertà, a permettere di fatto che quell’operazione di arresto avesse luogo ai danni di due prelati considerati troppo a sinistra. Un’indagine controversa, quella di Verbitsky, che si scontra con tante smentite e diverse versioni, ma alla luce del fatto storico è difficile non dare credito ad un lavoro corredato da documenti e dalla forza della denuncia di quelle nonne di Plaza de Mayo che non si sono mai arrese nel cercare giustizia per i propri cari scomparsi. L’isola del silenzio non è facile da leggere, ancora meno da digerire: ha il fetore di quelle inchieste che devono rimestare nel torbido e la ruvidezza della verità che porta insita; spinoso quanto basta per suscitare reazioni piccate che tentano, ancora oggi, di rinnegare il battesimo al sanguinario Magnificat della dittatura militare.

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER