L’istituto

L'istituto

Tim Jamieson è seduto al suo posto in economy sul volo Delta per New York ancora fermo al gate di Tampa e in ritardo di mezz’ora. Un agente della compagnia accompagnato da una donna bionda col badge della sicurezza al collo ad un tratto entra in cabina con una proposta che innervosisce tutti i passeggeri, un biglietto sul prossimo volo dell’indomani, un voucher per un albergo e quattrocento dollari di rimborso in cambio di un posto da cedere ad un agente federale. L’ex poliziotto non sa bene perché ma d’un tratto gli viene voglia di andarsene verso nord in autostop e “scendere da quell’aereo del cazzo”. Tim Jamieson sospira, si erge nel suo metro e ottanta, si cala gli occhiali sul naso e alzando una mano dice: “Se arriva a duemila e mi rimborsa il biglietto in contanti, il posto è suo”. Qualche giorno più tardi si troverà a pensare che “Da piccole cose nascono grandi eventi” e non sa ancora quante volte si ritroverà a ricordarsene. Nell’aprile di quell’anno – manca qualche mese al giorno in cui Tim Jamieson cambierà il suo destino, scendendo dal volo Delta, per intrecciarlo a quello di un ragazzino speciale – a Minneapolis, Herbert ed Eileen Ellis sono stati convocati da uno dei consulenti della Broderick School per Bambini Dotati, frequentata dal loro figlio dodicenne Luke. Il ragazzo ha la memoria eidetica particolarmente sviluppata e un’intelligenza fuori dall’ordinario e - anche se come la maggior parte dei coetanei gioca a pallacanestro nel vialetto di casa con il suo amico Rolf, guarda SpongeBob alla televisione, ha doti atletiche e va d’accordo con i suoi compagni - ha sempre un libro aperto davanti qualunque cosa faccia. “Un prodigio globale” lo definisce il professor Greer, ed è per questo che vorrebbe si iscrivesse contemporaneamente al corso di laurea in ingegneria al Massachusetts Institute of Technology a Cambridge e a quello in inglese all’Emerson College di Boston. Luke è come un affamato, ha una fame disperata di sapere e imparare e non permettergli di fare quello che desidera più di ogni altra cosa sarebbe fargli del male. Secondo i suoi professori, il ragazzino è pronto a sostenere – e certamente superare – i test di ingresso già il mese successivo. Ma Luke è un bambino e ha bisogno anche dei suoi genitori vicino; la scuola ha pensato a come fargli avere una borsa speciale e far trasferire anche i suoi genitori, che ricchi non sono certamente. È una cosa troppo importante per il loro ragazzo e gli Ellis sanno che è la cosa giusta da fare per renderlo felice. Qualche tempo dopo, superati test con facilità, Luke felice lo è davvero e aspetta impaziente di partire per l’Università. C’è soltanto una cosa che ogni tanto lo rende pensieroso, ed è quello che capita talvolta quando è teso, come quando in pizzeria la teglia semivuota è caduta dal tavolo senza che lui la toccasse o quando, dopo i test, mentre entrava in palestra il cestino davanti alla porta si è spostato di cinque centimetri sulla sinistra. Alla vigilia della partenza, alle due del mattino di un giorno di giugno, un uomo e due donne armati escono da un SUV nero parcheggiato davanti alla casa degli Ellis. “È solo un TK come tanti. – Dice una delle donne – Non c’è bisogno di farsela sotto. E vediamo di sbrigarci”. In due minuti esatti i tre entrano in casa, uccidono Herbert ed Eileen e, dopo averlo narcotizzato, portano via Luke. Il bambino si sveglia in una stanza che sembra la sua, stessa carta da parati azzurra, stessi poster, stesso comò. Ma c’è qualcosa di strano. Manca la finestra…

Sgombriamo subito ogni dubbio. Uscito in contemporanea negli USA e in Italia, il nuovo romanzo di Stephen King non è un horror, o quanto meno non lo è nel senso classico del genere. Eppure il Male c’è eccome, ed è spaventoso come non mai, anzi, lo è tanto di più perché è quello che si traveste da Bene ed è convinto di agire per il Bene. È il Male che appare plausibile e vicino, che ammorba una storia di fantasia ma che immaginiamo come un’ombra accanto alla nostra realtà; il che allontana abbastanza il romanzo anche dalla definizione di distopia. Non a caso pare che King abbia detto: “Non posso fare a meno di vedere la somiglianza tra ciò che accade in The Institute e quella foto di bambini in gabbia”, con riferimento alle immagini che la politica americana ci ha elargito negli ultimi tempi, anche se l’autore ci ha tenuto a sottolineare: “Ora l’incubo è qui. Ma non voglio forzare la mia visione del mondo sulle persone. Non sono George Orwell e questo libro non è 1984. Non intendeva essere un’allegoria”. Piuttosto, “È un altro libro sui bambini che sono deboli indifesi e soli ma insieme possono fare qualcosa di molto forte”. E certamente il riferimento non è agli eccezionali poteri psichici telecinetici e telepatici dei bambini dell’Istituto ma a quelli insiti nella loro purezza, nell’innocenza che sola può dare speranza al nostro mondo. Ma cosa succede in questo spaventoso Istituto immaginato da Stephen King? Si tratta di un laboratorio sperduto nei boschi del Maine di cui nessuno sa nulla e che ufficialmente non esiste da nessuna parte, che risponde ad una organizzazione segreta, misteriosa e certamente parastatale ma che può contare su una rete capillare di informatori pagati profumatamente per spiare e non fare domande. Nelle stanze dell’Istituto sono rinchiusi ragazzini prodigio, osservati da lontano fin dalla loro più tenera infanzia e destinati a diventare cavie da laboratorio, ufficialmente finiti nel lunghissimo elenco di minori scomparsi nel nulla. Lo scopo è studiare i loro poteri e potenziarli con iniezioni più o meno dolorose e sedute di stimolazioni psichiche, oltre che con vere e proprie torture finalizzate a portare al limite le capacità di sopravvivenza e quindi di percezione e potere, per poi ammalarsi di Alzehimer e morire. Spremuti come limoni, i ragazzini diventano detonatori potentissimi per intervenire negli equilibri mondiali per il Bene dell’Umanità - questo nella convinzione dei loro carnefici che si ritengono benefattori assoluti che hanno votato il loro sapere al servizio del Paese e del Mondo intero, uomini e donne animati da una esaltazione fanatica che ricorda da vicino tragici eventi reali della nostra Storia. Inutile e dannoso raccontare oltre; basti questo per intuire l’atmosfera, i personaggi e gli argomenti inquietanti di questo romanzo che si beve, nonostante il volume, in qualche sorsata e poche notti in bianco. A dirla tutta, però, tra i fan del Re della letteratura mainstream non mancano i delusi e quelli che dichiarano fermamente di non riconoscere più il loro amato scrittore tra le pagine dei suoi ultimi libri, e qualcuno si spinge a dire che chi sul “Publishers Weekly” scrive “Una storia di bambini che trionfano sul male come non ne scriveva dai tempi di It” evidentemente non ha mai letto nulla prima. L’unico modo per farsene un’idea vera è leggerlo e far riferimento alla propria esperienza di lettore, come capita sempre con i libri degli autori che possono vantare milioni di fan in tutto il mondo. Tuttavia, è davvero difficile non affezionarsi alla scaltra Kalisha, al “duro” Nick, al piccolo eroe Avery Dixon, compagni di sventura di Luke, questo straordinario dodicenne che eccelle negli scacchi e, così come in una delle più epiche partite, sa che è necessario essere tre mosse avanti per sconfiggere l’antagonista “e disporre di tre alternative per ogni mossa, a seconda della reazione dell’avversario” per affrontare l’impresa che lo metterà in salvo e gli consentirà di provare a salvare i suoi amici (almeno provarci, poi chissà) e sconfiggere il Male anche per tutti quelli che in tanti decenni non ce l’hanno fatta. Troppo didascalico e moraleggiante? Cosa importa se una storia è capace di tenere col fiato sospeso fino alla fine e divertire con le sue note da vecchio western, con un racconto di fiume che fa tanto Huckleberry Finn (probabilmente non a caso), con i cosiddetti Easter eggs che King dissemina qua e là (impossibile per chiunque non riconoscere il cenno alle gemelle dell’Overlook Hotel), con un pizzico piccolissimo di splatter e la giusta dose di fuochi pirotecnici finali. E anche con qualche amara riflessione sull’infanzia che resta nel cuore del lettore, “Aveva solo dodici anni, e capiva quanto la sua esperienza del mondo fosse limitata, ma di una cosa era certo: quando qualcuno diceva ‘Fidati di me’, di solito stava mentendo”. Da L’istituto verrà tratta una miniserie autoconclusiva e l’adattamento sarà prodotto da David E. Kelley, produttore televisivo e cinematografico e sceneggiatore, e Jack Bender, regista delle serie televisiva Lost, che già hanno lavorato su altri romanzi di Stephen King.



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