L’occhio del vento

L’occhio del vento
Pistoia, dopoguerra. Il ricordo si fa pensiero e immagine: via del Vento, via che ‘il vento tiene con la sua continua agitazione splendente come l’immagine di una via’. L’uomo che non riesce a essere osserva il bambino che è stato dargli una mano. Un ragazzino pallido con il golf rosso che arriva in bicicletta. S’innamora di uno sguardo fugace – ‘la nudità incandescente’ -  sotto i vestiti di Berta Righi mentre lei fa le giravolte. Eccolo, il bambino, su uno dei tre scalini della casa segnata con il numero uno, quella di Berta. La luce invade la via, la luce s’imprime negli occhi della memoria, come la svolta in via della Madonna e le splendenti ruote dei carri – così precise e vorticanti – appoggiate alle porte delle botteghe dei falegnami. Il duro di menta comprato al banchetto di San Giovanni Fuorcivitas e poi il ritorno a casa, ‘protetto dal tempo’. Il fiocco rosa della sorellina Leda che corre tra le luci e le ombre di casa. La casa di via del Vento e quella che odora di glicine, alla stazione, vicino alla casa di Livia Morandi, al limite delle rovine della guerra, Livia occhi neri e grandi e ‘così offuscati’. E poi Danilo Bartoletti, amico della prima giovinezza con la propria di via: via Abbipazienza…
A queste vivide apparizioni nel teatro degli affetti di Pistoia, Piero Bigongiari nelle brevi pagine di prosa di L’occhio del vento e La città scintillante (degni di nota sia l’editore Via del Vento che il curatore Paolo Fabrizio Iacuzzi, autore della postfazione Opera dell’occhio) si mostra riconoscente: nel senso etimologico, come lui stesso scrive, ovvero che riconosce quanto di più profondo e radicale ha conosciuto. Una città lucente e lacerante, appena accanto a quella che appare davanti agli occhi: ‘lastrici sonori e cantanti solitudini, o meglio trasparenze’, permeabilità scintillante tra luogo e persona, nell’occhio del vento di marina definizione. Scrittura di implosione ed esplosione, dove l’intrico sfocia in verticalità in poche righe: il tentativo di restituire qualcosa ‘di essenziale’. Bigongiari indaga la sua città come la propria pelle, in osservazione di ‘qualcuno che cammina per lui, in lui’, un passo che è dentro di lui, lo oltrepassa, ‘l’eco di una felicità che arriva, avanza, si allontana tra cose oscure’.

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