L’ombra del campione

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Il povero Pierino Grassi, ladro di professione nella Milano del 1928, non pensava certo di finire al 2 (così veniva chiamato il carcere di san Vittore, con l’indicazione del civico) per delle acciughe, e invece ha fatto male i conti e quel barilotto lo ha fregato: troppo grosso e il ghisa troppo veloce. Inconvenienti del mestiere e la sfortuna di incappare in un prefetto di ferro, che decide per una punizione esemplare. D’altra parte da Roma sono arrivate direttive precise per il rispetto dell’ordine pubblico. Dopo la rabbia e qualche lacrima, il Grassi si mette a raccontare cose al suo compagno di cella, cose da non crederci, tipo che San Vittore, deputato alla protezione di carcerati ed evasi, per di più era anche negro, nientemeno che dalla Mauritania veniva. Queste cose il Pierino le ha sapute da sua zia, che fa la portinaia in zona Sempione, zia che prepara fra le altre cose una cassœula spettacolare di cui è ghiotto il commissario De Vincenzi, detto anche il poeta. Uno che conosce la filosofia e la storia, la letteratura e la poesia, che è sempre lì con un libro in mano, ma quando c’è da risolvere un caso non lo batte nessuno. Mentre i due discutono, o meglio mentre il Pierino racconta, si sentono rimbombare le mura del carcere, come se qualcosa le stesse colpendo dall’esterno. Un fragore tale che fa temere sia in corso un tentativo di evasione. La guardia Cerruti, temendo esattamente che quello stia accadendo, si porta verso l’alto pensando che armato e dall’alto non gli sfuggirà nessuno. Raggiunge i colleghi Brambilla e Rizzo, ma le guardie non vedono nulla nella nebbia, anche se uno dei due dice che non è la prima volta che si sente quella specie di cannoneggiamento. Binocolo alla mano, il Brambilla scopre il mistero. È il Balilla, un ragazzino che di nome fa Peppin Meazza…

Il commissario De Vincenzi è nato in val d’Ossola, vive in corso Sempione a Milano, è un letterato e studioso di filosofia. La sua mamma però non è una signora, bensì il giallista Augusto De Angelis, che lo ha creato nel 1935. Dai romanzi fu poi tratta negli anni Settanta una serie televisiva. Nel 2018 Luca Crovi, di cui fare la biografia professionale richiederebbe uno spazio di almeno cinque pagine, lo ha fatto suo, ha deciso di riportarlo sulle pagine con una storia nuova. Il commissario ha retto perfettamente gli anni di inattività e l’autore, affrontando una sfida non da poco, ha scritto un giallo davvero ottimo, cosa d’altra parte che vista la competenza in materia era inevitabile, rispettando a pieno la scrittura di De Angelis e il contesto storico. Profondo conoscitore del genere, Crovi ha unito in questo romanzo la passione per il noir che lo anima, l’omaggio a De Angelis - autore di genere forse un po’ ingiustamente dimenticato - e l’amore per un campione a cui Milano ha dedicato il suo stadio, Giuseppe Meazza. Ed è appunto attorno a qualche mistero riguardante la vita del leggendario calciatore che gira l’inchiesta, con il contorno di quella che a Milano era chiamata la ligera, i malnatt, quei piccoli delinquenti che non arrivavano mai a compiere reati gravi, che avevano un codice a distinguerli dalla malavita vera, di tante storie che al tempo, come ovvio, correvano da una parte all’altra della città passando di portinaia in portinaio, di bocca in bocca, arricchendosi di particolari che diventavano, quando si trattava di faccende che riguardavano la legge, la base da cui partire per le investigazioni. Il tutto ricordiamolo, in anni in cui il Duce stava cominciando a stringere la morsa su Milano.



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