L’ombra delle colline

L’ombra delle colline
Genere: 
Editore: 
Articolo di: 

Stefano è in viaggio con Lu, verso Torino. Partenza da Roma, dove Stefano lavora e fa carriera. I due attraversano l’Italia, gestendo brandelli di conversazione e tenendo a bada certi riflussi di vecchie attitudini riversate in conversazioni, capricci egotici, scampoli di una relazione che annega nel passato. Frammento assieme ad altri frammenti: l’infanzia di Stefano, gli anni della guerra e la campagna vissuta con Francesco, figlio del giardiniere che lavorava nella villa padronale del nonno; i sentieri e i boschi, il fucile in mano e la sagoma di un tedesco davanti; i pranzi interminabili che il nonno offriva ad amici e parenti, e che Stefano e Francesco studiavano da fuori. Lu oscilla tra entusiasmo e tristezza, una cena al ristorante è guizzo d’allegria e poi desiderio di fuga, pesantezza di sentirsi inadeguata: cosa ci fa, lì, con Stefano? Perché lo sta accompagnando? A Torino li aspetta la casa dove vive il padre di Stefano, “il colonnello”, e Caterina. Ci sono le stanze e gli oggetti, solitudine e rimpianti. Silenzio. Negli anni della guerra il colonnello era imbevuto di retorica fascista ma tendeva a rabbuiarsi, a rimproverare alla moglie e a Caterina di perdere tempo in pratiche contadine: rimproverava, aggrediva, diventava cupo. Non si placava, il colonnello, ma acuiva invece la sua “nera tristezza”. Ecco dunque che ritorna il sentiero verso le ortiche e le gagge, le armi nascoste, il colonnello nella stanza, Francesco al caffè…

L’ombra delle colline, Premio Strega 1964, è il viaggio di Stefano nella perdita del senso del tempo, in un affastellarsi di molecole di vissuto a comporre qualcosa che “è qualcosa” ma che il protagonista non riesce a sistemare, lasciando così che si propaghi per quadri in movimento d’espansione e d’arresto. “Sapevo di sognare”, così comincia a narrare Stefano, con un sentiero di campagna e l’amico, Francesco, che lo invita: “Vieni”. All’ombra delle colline è il viaggio che si compie attraverso il rapporto con la zona cupa e nera del padre “distorto e feroce” negli anni del regime fascista, gli angoli segreti della madre, la quale arrivava a dire: “Ho mangiato abbastanza veleno”. Stefano non riesce più a decifrare, anche se si ostina a perseguitare. C’era un quadro nel lungo salone che ospitava i pantagruelici pranzi del nonno: un giovane ferito appoggiato a una ragazza sorridente, “sbalordito e rigido atteggiarsi di volti e mani e sguardi”, ed ecco, per Stefano, oltre l’umidità dell’affresco, o l’umido dei ricordi, il nocciolo segreto, storia comune di una pianta familiare, tratto ricorrente, crudeltà nel segno. Il viaggio di Stefano si muove sulla pelle della sua famiglia, e da essa cerca, appunto perseguitando, di comporre o compiere architettonicamente una disordinata materia, una struttura molecolare in costante movimento sfuggente. Ma non c’è ricordo da abbandonare come “cenere cui più non somigliamo”, perché ogni vero ricordo è ancora un richiamo.



 

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER