L’ombra dello scorpione

Arnette è un paesotto a circa 180 km da Houston, Texas. Qualche decennio fa ha avuto un periodo abbastanza florido, ma poi la cartiera ha chiuso e lo stabilimento di componenti eletronici è andato in crisi. È andato in crisi anche Stu Redman, un tipo taciturno dall’infanzia durissima che aveva trovato un po’ di pace nel matrimonio ma si è visto portare via la moglie dopo solo un anno e mezzo da un tumore e ora vivacchia tra lavoro e qualche birra alla stazione di servizio assieme ad altri sfigati locali. Durante una delle solite bevute, una Chevrolet del ’59 (o era del ’60?) si schianta a bassa velocità sulle pompe di benzina del vecchio Hap: all’interno un uomo in fin di vita scosso da una tremenda tosse catarrosa e una donna e una bambina morte stecchite. Il tizio è fuggito da una base militare nella quale è in corso un esperimento di guerra batteriologica, il Progetto Azzurro: c’è stato un incidente biologico e molti sono rimasti contaminati, compreso lui. Che ora ha trasmesso il virus letale che diventerà presto famoso col nome di Captain Trips a una serie di persone, a loro volta untori inconsapevoli di altri malcapitati e così via, a velocità pazzesca. Velocità aumentata dalle losche manovre di alcuni militari, che si premurano di diffondere il contagio anche all’estero per "motivi di sicurezza nazionale". Pochissimi sembrano immuni al virus, e tra questi Stu, una giovane ragazza incinta di nome Frances, il musicista rock appena giunto in hit-parade con la sua "Baby can you dig your man?" Larry Underwood e il giovane orfano muto Nick Andros. Loro e qualche altro sopravvissuto, in un mondo sconvolto, vengono contattati in sogno da una vecchia signora nera che li prega di raggiungerla ad Hemingford Home, nel Nebraska, dove potranno trovare la forza per fronteggiare il Male che ora cammina sulla Terra, incarnato nel sinistro e malvagio Randall Flagg...

Il romanzo-monstre che a Stephen King piace da sempre presentare come il suo manifesto poetico ha (anche) una storia editoriale articolata: finito nel 1978, il quarto libro dello scrittore del Maine fu tagliato di 400 e passa pagine su pressione dell’editore americano, che giudicava invendibile un mattone più spesso dell’elenco del telefono di una metropoli da 10 milioni di abitanti. Una volta raggiunto un peso contrattuale più massiccio a botte di milioni di copie vendute, nel 1990 King ha preteso di dare alle stampe l’uncut version de L’ombra dello scorpione, che oltre all’aggiunta di materiale vede anche alcune modifiche del plot e un’attualizzazione della vicenda, ora ambientata negli anni ’90 anzichè nel 1980 (ma curiosando qua e là fioccano i bloopers, alcuni pazzeschi): presente anche una sorta di appendice che fa da ponte con la saga de La Torre Nera, con la quale c’è in comune il cattivissimo Randall Flagg. Ispirato - come racconta lo stesso Stephen King nel suo saggio Danse macabre - dal capolavoro post-apocalittico La terra sull’abisso di George R. Stewart, dalla incresciosa vicenda del rapimento dell’ereditiera Patty Hearst e dalla visione di un documentario sulla guerra batteriologica, L’ombra dello scorpione - che ha ispirato canzoni, fumetti, miniserie tv, film - è la summa dei temi-cardine e degli stilemi della scrittura del Re: tante storie diverse che convergono spazialmente, ritmo forsennato, alternanza tra atmosfere urbane o splatter e spazi mistico-bucolici, working class heroes, l’handicap, l’infanzia, la religione, la malattia, la morte. Che qui arriva sotto forma di una terrificante pandemia di super-influenza che spopola il pianeta in meno di un mese soffocando l’umanità nel catarro. Il mondo finisce in uno starnuto moccioloso, etciù. Se dobbiamo leggere il romanzo come una gigantesca, escatologica allegoria della fine dell’America moderna, come la cronaca del tramonto di un’era, allora i paragoni con Il Signore degli Anelli - che sin da subito i critici hanno sfoderato - non sono poi così forzati. E la Mordor di King è (e non poteva essere altrimenti, in fondo) una infernale Las Vegas.



 

 

 
 
 
 

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