L’ombra di Caterina

Anchiano, frazione del comune di Vinci, in Toscana, estate del 1451. Caterina, bellissima quindicenne, sta cercando refrigerio facendo il bagno nelle limpide acque del torrente Bonchio. Appare all’improvviso accanto a lei ser Piero, seducente e affascinante notaio venticinquenne, promettente rampollo dei notabili del luogo. “Non immaginavo che il rio Bonchio fosse abitato dalle ninfe”, le dice il giovane, sorridendo. L’attrazione è reciproca, si trasforma forse in amore, certo si nutre anche di dolcezza e di tenere attenzioni, ma la disparità sociale tra Piero e Caterina è tale che nessuna unione legittima tra i due giovani si può concretare. Piero è promesso ad Albiera, figlia di un ricco mercante fiorentino accreditato alla corte dei Medici. Tuttavia, quando il piccolo Leonardo nasce, nonno Antonio annota l’evento nel proprio diario e la famiglia paterna lo accoglie con gioia, affetto e rispetto. Mamma Caterina, però, non potrà essere presente al battesimo, sarà per il piccolo la balia Cate e potrà vivere con lui nella dimora paterna soltanto per il tempo dell’allattamento. Dopo lo svezzamento, Caterina deve lasciare il figlioletto ai nonni paterni. Accetta la proposta di matrimonio dell’Accattabriga, un ex soldato di ventura poi vasaio, con il quale costruirà la sua vita quotidiana e al quale darà altri figli. Ma Leonardo, così come ser Piero, sono sempre nei pensieri e nel cuore della donna, che ne segue le vicende da lontano, con intelligenza e discrezione. La vicinanza tra madre e figlio si ristabilirà, negli ultimi anni di vita di Caterina, nella Milano degli Sforza, dove Leonardo sta lavorando ai suoi inesauribili, geniali, progetti ingegneristici e pittorici. ‘‘Mi ci erano voluti più di quarant’anni per arrivare a stargli accanto. Una vita intera prima di sentire la sua bella voce calda chiamarmi madre. Ma ne era valsa la pena e avrei rifatto tutto quanto. Dall’inizio’’, sussurra Caterina tra sé, mentre la sua vita si spegne…

La madre di Leonardo da Vinci viene descritta da Marina Marazza con pathos e maestria. La lettura scorre appassionante, mentre ci si immerge nella descrizione della vita quotidiana e della visione del mondo dei protagonisti del romanzo, in parte figure storiche documentate da ricerca d’archivio, in parte frutto di immaginazione, sempre rispettosa, però, del contesto storico nel quale il romanzo è ambientato. L’attenzione dedicata alla descrizione degli arredi e delle incombenze domestiche, ai cibi e alle bevande, ai luoghi e ai paesaggi, offre l’opportunità di potersi immergere pienamente e piacevolmente nel quotidiano agreste toscano del Quattrocento, ma non solo. Troviamo anche Firenze coi suoi splendori e perfino un breve cenno alle attività della bottega del Verrocchio nella quale Leonardo è apprendista di genio: “Lì non si pitturava soltanto. Si batteva il metallo a caldo, si mescolavano impasti, si sminuzzavano colori, si incideva il legno, si preparavano ghirlande e stendardi, si dava forma alla creta, si disegnava col carboncino, si modellava con la cera”. Marina Marazza sceglie di far narrare in prima persona a Caterina la propria vita e i propri pensieri, in modo tale da farla risultare molto viva e convincente, e anche, soprattutto, da aiutarla a uscire dall’ombra del tempo e della storia.

 


 

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