L’ombra di Pietra

L’ombra di Pietra

Nella Genova di inizio ‘600 è ben nota a nobili e plebei la rabdomante nota come Petra. Chi per un ma chi per un perché, a lei si rivolge chi ha un problema, il più possibile senza che la cosa diventi pubblica perché il saper trovare risposte che nessun altro è in grado di dare la rende agli occhi del suo piccolo mondo qualcuno di cui diffidare. Pietra, questo è il suo vero nome, è stata abbandonata in fasce e adottata da una famiglia di “corallari” trasferitasi poi in Tunisia, tant’è che spregiativamente molti la chiamano “tunisina”. La famiglia viene uccisa e lei è tornata a Genova, dove è rimasto l’ultimo membro della famiglia, la nonna adottiva. Ormai però è morta anche lei e Pietra vive della sua arte, fornisce a chi li chiede i servigi della sua bacchetta. Viene convocata dal Doge, ansioso che venga individuato e consegnato alla giustizia un assassino che semina morte apparentemente a caso e contestualmente, la nobildonna Brigida Spinola Doria, moglie bellissima di un ammiraglio, la convoca per chiederle di ritrovare un suo ospite, il pittore fiammingo Pietro Paolo Rubens misteriosamente ed inspiegabilmente scomparso. Petra accetta, per convenienza ed obbligo nella stessa misura, entrambi gli incarichi. Né le angherie e i sabotaggi del bargello (il capitano delle guardie del Doge), né le oggettive difficoltà nell’arrivare alla verità le impediscono di seguire il suo istinto, costi quel che costi…

Come spesso accade, dietro un’immagine stereotipata si nasconde qualcosa o qualcuno di completamente inaspettato. Lo storico complice di Antonio Ricci, la voce del Gabibbo, ha scritto un libro davvero bello. Andando oltre la scrittura e il linguaggio, adeguati all’epoca narrata ‒ senza imperfezioni, che non è sempre scontato – troviamo una storia affascinante, la storia di una donna che è una femminista ante litteram, capace di difendersi e se necessario offendere anche nel senso fisico del termine. In un’epoca in cui le donne erano poco più che bestie da soma e da figli se popolane, oggetti da esposizione ed eventualmente di scambio per intrighi politici se ricche borghesi o nobili, Beccati ha tratteggiato una figura che è sopravvissuta all’abbandono e da quello ha imparato a gestire la sua solitudine. Vive come dicevo della sua arte, mascherandola e fingendo che nulla sia dovuto a lei ma tutto alla bacchetta, nasconde le sue qualità – che non sono nulla di magico o misterioso, ma intelligenza e spirito di osservazione ‒, ben capace di tenere testa a chicchessia senza farsi intimorire e non permette a nessuno di sindacare sulla sua vita. Come nei gialli migliori, l’autore mette a disposizione tutti gli indizi e anche chi ama la sfida non potrà che restare soddisfatto, così come chi ama i romanzi ad ambientazione storica. E, più in generale, i bei romanzi.

LEGGI L’INTERVISTA A LORENZO BECCATI



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