L’ombrello di Nietzsche

L’ombrello di Nietzsche

Derrida prende il concetto di “verità”, un concetto trascendentale, e dimostra con una serie di citazioni che la verità per Nietzsche è una donna, un velo femminile, una vela femminile tirata e dispiegata da pulsioni e istinti. In questo contesto Derrida cita Sigmund Freud: “Il pene è il tipico esempio del feticcio”. Ovviamente anche nell’asta, nel bastone dell’ombrello, si nasconde l’esempio del feticcio, motivo per cui Derrida suggerisce di guardarlo come lo sprone ermafrodita di un fallo pudico coperto dal suo velo. Così, il simbolo dell’ombrello diventa per Derrida l’immagine di un concetto di verità messo alla berlina. L’asta fallica, vale a dire la pulsione, l’istinto, apre e penetra una verità originariamente trascendentale, che in verità è un velo, una membrana pendula, un imene deflorato. Per Derrida l’ombrello è un essere intermedio, sospeso fra cielo e terra, tra trascendenza e immanenza, che unisce in una bellezza spettrale entrambi i mondi. Ma ciò vuol dire che quando lo sprobe ermafrodita si scopre e il velo si apre, Nietzsche supera la crepa fondamentale che è dentro di sé. La sua verità raffigura ancora la volta celeste, ma non è più pura, bensì tirata onanisticamente della sua stessa mano, e si dispiega come velo, disvelamento e deflorazione di un’illusione… L’animale filosofico, le cui narici fiutano verso l’interno, preme le labbra sulle froge di un cavallo stramazzante al suolo. Il fuori è dentro, il dentro è fuori, il dolore più profondo è il piacere più grande, Dio uomo animale bacio punto. Punto. Fine. La vita dopo, la vita di quell’uomo inebetito continua prima nel ritiro monacale di un ospedale psichiatrico e poi a casa, con la madre e la sorella. Fa stampare il suo ultimo libro in quaranta copie a spese proprie. L’idea di diventare famoso in tutto il mondo come autore di un best-seller lo esalta. Si racconta che mangi come un animale. La madre gli toglie i resti di cibo dalla barba con un pettine. Nessuna parola. Regressione a balbettio e carponamento. Stato di infante. Eterno ritorno…

Rampollo di una famiglia che per entrambi i rami estende le sue propaggini tra i più alti papaveri elvetici, adolescente istruito in un convento benedettino, studente di filosofia, scrittore, persino assistente alla regia e direttore artistico in teatro, autore tra i più premiati, al centro anche di numerose controversie, persino con membri della sua famiglia che hanno ritenuto di essere ritratti in maniera non lusinghiera nelle sue opere, da sempre imperniate sulla storia della Svizzera (ma non solo), Thomas Hürlimann riflette con un libretto agilissimo, dotto, divulgativo, dalla prosa accattivante e brillante, che si legge in un attimo, sui massimi sistemi, sull’evoluzione del pensiero occidentale e sull’esistenza. E non standosene seduto su un ramo come il piccione del film di Roy Andersson che ha vinto il Leone d’oro a Venezia nel 2014, ma partendo da Nietzsche e dal suo buen retiro in Alta Engadina a Sils Maria (e grazie al cielo non c’entra nulla l’insopportabile e sopravvalutatissima pellicola con Juliette Binoche), attraverso la sua propria aneddotica personale, nella fattispecie un incidente d’auto nel 1998 sul ponte sul lago Sihl (striscia via dalla carcassa della macchina grondando letteralmente litri di sangue e con una scheggia di parabrezza conficcata nella tempia), gli scritti di Rilke, la speculazione di Derrida, filosofo influenzato da Husserl e Heidegger, nonché ispiratore in vari ambiti del decostruttivismo, la psicanalisi e il mito. E inoltre le follie, gli spostamenti e i feticci dell’autore di Così parlò Zarathustra, travisato biecamente dal nazismo, un ombrello citato più volte da numerosi testi e smarrito nemmeno fossimo a passeggio tra i versi di Vattene amore e un gatto che, a differenza di quello di Schrödinger, è libero di scorrazzare e indicare a chiunque voglia seguirlo la strada. È estate, è il 1881: Nietzsche cammina nei boschi, il temporale gli strappa via il parapioggia e lui decide che in fondo va bene così. Senza riparo, decide di abbandonare anche la rassicurante cupola delle convenzioni e dà il via alla sua rivoluzione filosofica.



 

 

 

 
 
 
 

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