L’onda mediale

L’onda mediale
La realtà, come è emerso chiaramente con il sorgere del pensiero moderno e come osserva Milan Kundera, è composta non da una sola verità assoluta, ma da una quantità di verità relative che si contraddicono: a noi spetta vagliare queste diverse posizioni di un fenomeno reale e mettere sempre in discussione l’imposizione e la sicurezza di un senso certo e unico; dobbiamo fare nostra la saggezza dell’incertezza e comprendere che la semplificazione del reale, che si dimostra una via più comoda e impegnativa, è una strada sbagliata che ci allontana dalla comprensione di un senso più pieno del mondo. Il pensiero che si impone con la nascita della modernità, quella che Popper definisce dottrina della fallibilità, è caratterizzato dalla presa di coscienza che tutti possiamo sbagliare e in realtà sbagliamo, singolarmente e collettivamente. L’idea propria del cinema moderno, a differenza di quanto avviene per le immagini classiche e di conseguenza per la loro percezione da parte di chi ne fruisce, è invece di infondere nell’opera filmica, e mediante l’opera filmica, il principio d’incertezza razionale, mostrando l’impossibilità della conoscenza completa dei fenomeni esterni, e mettendo in luce l’indeterminatezza, l’ambiguità, il relativismo che ammanta ogni porzione di realtà. Su questo aspetto si focalizza nelle sue opere, e prima ancora di lui Welles e Renoir, Roberto Rossellini, nei cui film Bazin e Rivette, come notato poi da Aumont, individuano un lavoro sull’opera che non si fonda sul gioco di una intenzionalità univoca, ma al contrario sul tentativo di captare l’ambiguità del reale mettendo fuori gioco tutte le intenzioni preliminari…

Le immagini rappresentano la realtà. Quello che si vede, che sembra, che appare. Ma al tempo stesso la filtrano. Sono letteralmente un mezzo di comunicazione, le parti di un discorso, gli elementi costitutivi di un linguaggio vero e proprio, che quindi ha le sue regole, la sua grammatica, e deve essere compreso e padroneggiato. E per farlo ci vogliono degli strumenti. Altrimenti si possono produrre delle illusioni, o degli inganni, il che è ancora peggio. Le indagini dell’OCSE dimostrano come l’Italia sia piuttosto indietro, soprattutto per quanto riguarda la sua popolazione adulta, in merito a competenze alfabetiche e matematiche. Ma lo è ancora di più in ambito visuale, anche per miopia e disinteresse delle istituzioni che si occupano dell’istruzione: il che nella società contemporanea è quantomeno altrettanto grave, visto che così vengono proprio a mancare i mezzi per interpretare buona parte del mondo. Non a caso Gianni Canova su “8½” si è chiesto se siamo un Paese di “analfabeti filmici”. Il saggio di Andrea Rabbito indaga l’immagine, quella del cinema, della fotografia, della televisione, in generale del video, punteggiando il racconto con belle istantanee, che possono essere sequenze di film di Kassovitz, Stiller, Welles, Cronenberg, Godard, Fincher, Buñuel, MacFarlane, Cocteau, Carpenter, Pasolini, Rybczynski e chi più ne ha più ne metta, quadri di Carpaccio o graffiti preistorici, facendo riferimenti al passato, alla storia e alla letteratura e affrontando molti temi con piglio deciso e stile approfondito: metafora, finzione, soggettività, oggettività, coscienza critica.



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