L’ora dei miraggi

L’ora dei miraggi

“La sofferenza è un pianeta splendido in cui indagare, diceva Andrea Pazienza. Il disegno, come tutte le arti si nutre della sofferenza e la trasforma in qualche cosa di osservabile. Disegnare la felicità è più difficile, forse un traguardo che si raggiunge con l’età.” L’immagine è un linguaggio liquido, forse più di quanto lo sia la scrittura. E nel paradosso di ciò che fissa un corpo, un gesto, un oggetto, un frammento di natura in un disegno immutabile, fatto di linee e confini entro i quali i colori hanno ciascuno il proprio regno, la visione si espande, scivola e cola sfruttando la pendenza della nostra immaginazione e si fa movimento. Fa quello che dovrebbero fare i puntini di sospensione in un testo: apre un sipario, attiva, come il caglio. Così la suggestione della copertina di “Linus” di dicembre 2015, rivisitazione del bacio di Doisneau e omaggio alle vittime degli attentati parigini o delle immagini quasi sfocate dei volti di Pasolini e di Monica Vitti (difficilissima da disegnare). La sintesi di un concetto, poi, si eleva, si beatifica, nella creazione di un verso poetico che riducendo fa esplodere, che nella compressione schiaccia la materia e ne fa energia. Allo stesso modo agisce l’illustrazione che nell’impatto visivo, momentaneo e veloce, lavora sottopelle e dentro la scorza cerebrale, incamerando reazioni emozionali a catena che non si cancellano ma che si salvano nel tempo. In un carboncino, ad esempio, ecco riprodotto il volto di Borges, la sua occhiata sbilenca e già sprofondata nel mondo delle ombre. Ecco lì riunite poesia e immagine assieme. E non c’è dubbio che la sofferenza sia un pianeta splendido, il più rigoglioso, da scandagliare per conoscersi e esprimersi. Niente come il dolore è in grado di far parlare un artista, di spronare il suo linguaggio pur evitando di farlo gridare. Ne sintetizza le reazioni, le sublima. L’immagine più fantastica, la più fiabesca è il miraggio. L’illusoria presenza che, svanendo, imprime nella memoria qualcosa di reale, di talmente reale da scatenare in noi il desiderio di raggiungerlo e possederlo. La potenza del disegno è, nella sua semplicità, meravigliosamente terribile per chi sa usarla, per chi ha il talento, per chi ha dedizione. Allora, con sacrificio, l’illustratore riuscirà un giorno anche a disegnare la felicità…

Manuele Fior, nato a Cesena nel 1975 ma di origini friulane, ha un curriculum di tutto rispetto ed è un artista oramai di fama internazionale. Dopo aver vissuto in molte capitali europee, oggi risiede a Parigi e vanta collaborazioni con riviste come “The New Yorker”, “Le Monde”, “Vanity Fair”, con i quotidiani “La Repubblica” e Il “Sole 24 Ore” e case editrici come Feltrinelli, Einaudi, EL. Con la graphic novel Cinquemila chilometri al secondo ha vinto il premio Fauve d’Or. In questo libro, che è anche una sorta di diario e di autobiografia illustrata arricchita da piccoli commenti alle immagini, raduna un corposo numero di illustrazioni che lui stesso considera più significative e che ci danno la misura del suo talento, della sua voglia di sperimentare e provare tutte le tecniche a disposizione e soprattutto della sua umiltà nel considerarsi ancora un allievo dei suoi maestri. “Si dice che a un certo punto uno debba superare il proprio maestro, ucciderlo metaforicamente, ma a me questa cosa non è mai successa. Il maestro sta sempre lì, uno scalino sopra a guardare più lontano di me.” Nei passaggi scritti troviamo accenni alla sua infanzia, ai suoi inizi come illustratore, inframezzati da pensieri e ragionamenti sull’arte del disegno e su ciò che questo mondo è in grado di dare alle persone. Che siano frutto di ispirazione personale o commissionate per clienti importanti o piccole realtà di paese, ogni immagine ha la propria dignità, risultato di una sfida tra autore e modello o argomento da rappresentare. Che siano cover di dischi, magliette, ritratti a carboncino o copertine di romanzi, ciascuna di queste immagini a suo modo ha la capacità di evocare noi qualcosa che va oltre i confini definiti dalle forme. Nel loro mostrarsi parlano e parlando ci insegnano ad amare un’arte considerata a torto di semplice intrattenimento o, all’opposto, di troppo difficile comprensione.



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