L’ora del mondo

L’ora del mondo

Libera parla con l’Uomo Somaro. Dopo la Corriera blu che l’ha portata lì, si siede e parla: l’Uomo Somaro ha una barba azzurra e uno zoccolo squamato, ma Libera sembra non notare nulla. “Lo sai perché ti sto aspettando da novecentocinquant’anni?”, chiede l’Uomo Somaro, e Libera dice “No”. “Per farla lunga breve, devi trovare il Mezzo Patriarca perduto”, dice l’Uomo Somaro, e Libera “Quello sparito dalle Terre Soprane?”, e lui “Quello”. Libera allora inizia a raccontare di quando lei ancora camminava a quattro zampe, e anche quando fu affidata alle cure della Bianchini Giulia, ristoratrice, continuò a farlo. La Bianchini Giulia non sopportava quella bambina che, proprio come una bestia, si aggirava tra i tappeti del suo albergo per gli sciatori delle molli pianure: allora la frusticchiava con un asciugamano bagnato, ma lei niente, non si alzava. Un giorno le misero dei legni legati alle gambe per obbligarla a restare in piedi: e la esibirono alla gente, che veniva fin da Modena per vedere non tanto la forza ortopedica quanto quella progressiva della civiltà, e batteva le mani. Dopo i lupi dell’infanzia, che si addormentavano sopra di lei per farla stare al caldo, era però diventata quello che adesso era lei. Libera...

Sono davvero pochi oggi gli autori, e gli stili, e i libri, che possono offrire un punto di vista, una modalità di lettura e di approccio realmente differente nella narrativa. Di certo, nel conto sulle dita di una mano sola sta Matteo Meschiari: professore di antropologia culturale e del paesaggio, con un tocco personalissimo e di sicuro inimitabile mescola i due campi di ricerca e quel che ne esce fuori, con L’ora del mondo, una sorta di fiaba magica che sconfina apertamente con l’operetta morale. Il paesaggio trasfigurato, declinato, osservato attraverso l’arte, la letteratura, l’etnologia e la geografia; e nel paesaggio, l’Uomo. Perché ciò che emerge prepotente e con forza, dalla lettura fin dalle prime pagine, è un legame speciale e particolare tra la specie umana e l’ambiente in cui è – letteralmente – immersa, di cui fa – letteralmente – parte. Lo spazio narrativo dentro cui Meschiari fa muovere e interagire i suoi personaggi è quasi esclusivamente dialettico: i loro dialoghi sembrano infatti, lentamente ma sicuramente, sconfinare in dialoghi morali che, pur conservando una obiettiva e innegabile freschezza e scorrevolezza, assumono via via dimensioni teoriche e morali sempre più grandi. L’ora del mondo si colloca allora a metà strada tra racconto filosofico e favola sospesa: in un’Arcadia imprecisata lessicalmente contigua alla campagna tosco-emiliana, i personaggi vivono e raccontano avventure fantastiche e favole sussurrate, attraverso uno sguardo altro che accarezza un linguaggio semplice (ma mai banale) e che però nello stesso tempo si ricollega a meccanismi logici complessi e arguti, più profondi, che rimandano a sottotesti e metafore sottili. Non è più uomo che guarda uomo, ma natura che incontra la specie più evoluta: un lento sedimentarsi della ragione, tra fascinazioni e inquietudini profondamente umane.



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