L’orco in canonica

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Alla parrocchia del Rosario è arrivato un giovane diacono e l’insegnante di religione Marisa Arneri ne parla con toni entusiastici agli alunni che devono seguire i corsi per la prima comunione. Anna così comincia a frequentare la parrocchia, siede tra i banchi nel pomeriggio e sogna di fare viaggi a Betlemme e a Nazareth, pensa a Gesù ragazzino, cerca di immaginarselo a otto anni, l’età che ha lei proprio in quei giorni di preparazione al sacramento. Don Fulvio sembrava uno su cui fare affidamento: ha preso gli ordini da poco, circa un mese appena, ha ventisei anni, parla bene l’inglese, ripete in continuazione di essere al servizio dei bambini, si autoproclama una sorta di prete-maestro, in servizio ventiquattro ore su ventiquattro. Un giorno Don Fulvio elogia ai ragazzi il gusto di donarsi,di vivere condividendo col prossimo e qualche settimana più tardi comincia ad avvicinarsi ad Anna, a toccarla. Un giorno, mentre la ragazza imbambolata gli sta dinanzi, le abbassa il collant fino alle cosce e bisbiglia: “sai di pannocchia…sei già un po’ donna”. Anna trattiene il fiato, si sente prigioniera, ha paura che qualcuno possa entrare e sorprenderli. “Ti voglio benesai”, afferma impavido il prete e dopo un po’ aggiunge: “Puoi capire quanto sei speciale per me?”. La ragazza prova disgusto, non sa cosa fare, pensa di essere prigioniera al pari di un topo in trappola. A un certo punto, quando gli incontri s’infittiscono e le richieste di Don Fulvio si fanno più pressanti,la bambina pensa di rivolgersi all’insegnante di religione, proprio quella Marisa Arneri che qualche tempo prima ne ha parlato in toni entusiastici. Marisa è una donna di trentacinque anni, non alta di statura, parla a frasi fatte e insiste sull’evitare pubblicità…

È una vicenda carica di abiezione – ma molto attuale –quella che Paolo Cendon descrive ne L’orco in canonica, al limite di quanto si possa immaginare con riferimento ad azioni compiute da religiosi all’interno di una parrocchia come tante, in Italia. Nei fatti la storia è stata la tragica esperienza di un essere umano che ha subito a partire dall’età di otto anni un abuso sessuale da parte di un giovane prete restandone traumatizzata per il resto della vita. Tuttavia, il libro non è né un’asettica narrazione di eventi tristi, né una cronistoria di dati processuali perché la scelta intelligente dell’autore, uno dei più illustri giuristi italiani, è stata quella della fiction, del romanzo iperrealista, per intenderci. Un approdo alla letteratura da parte di un brillante accademico? Direi di sì: un felice approdo motivato da impegno e passione civile, realizzato superando ogni difficoltà narrativa in rapporto all’argomento da trattare. Il dolore delle vittime è sempre una sfida per chi possiede competenze giuridiche perché occorre una fitta analisi e un sapiente utilizzo di tecniche processuali per portare a galla la verità e ottenere piena ragione. Non sempre il meccanismo giudiziario italiano è all’altezza del compito, e proprio in questo caso è accaduto che i giudici abbiano cambiato orientamento trascurando di considerare i turpi comportamenti che Don Fulvio, il viceparroco aveva commesso in danno di bambina di soli otto anni all’interno di spazi dedicati alla preghiera e all’accoglienza. Ma il racconto evita le banalizzazioni, non contiene descrizioni edulcorate o finti toni paternalistici, i tocchi descrittivi dell’autore, anche quando si soffermano sull’abuso sessuale,sono sapienti e talvolta delicati, con l’aggiunta di particolari di dettaglio utili a comprendere il contesto, piuttosto che a stupire. Il lettore si trova a proprio agio perché è una realtà che conosce bene quella della cattolica provincia italiana in cui i campanili segnano al contempo i paesaggi interiori degli abitanti e sia la geografia dei luoghi. Di nuovo stavolta c’è un evento che scuote le coscienze individuali perché sotto l’ombra tranquilla e rassicurante della curia cattolica si celano orrori con un responsabile tutto italiano, un parroco proprio come quelli che ci stanno vicino ed assistono i nostri parenti più stretti, se non proprio noi stessi. A far da contraltare al degrado e all’ipocrisia: il professore, il relatore della tesi che a quella bambina diventata studentessa, deve, col proprio genio, prestar ragione, riportando un pesante macigno all’esterno della sua esperienza individuale, sulla via della chiarezza e della giustizia.



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