L’ospedale dei dannati

L’ospedale dei dannati
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“Sotto ai 40, non si sbaglia: è sempre dementia praecox Bagni freddi, bromuro e scopolamina. Oltre i 40, dementia senilis: scopolamina, bromuro e docce fredde. E gli elettroshock. La psichiatria sta tutta qui”. Polonia, 1940. Stefan Trzyniecki, giovane medico dalle buone letture e dalla personalità mite, si reca a Nieczawy, la località di provincia dalla quale proviene la sua famiglia, per il funerale dello zio Leszek, malato di tumore e morto dopo una allucinante agonia. Qui Stefan ritrova la sua bizzarra famiglia, che lo travolge con le sue paranoie e i suoi rancori: l’atmosfera dei giorni delle esequie è surreale, anche e soprattutto a causa dell’occupazione nazista. Soltanto pochi mesi prima infatti la Wermacht ha travolto l’esercito polacco e ha invaso il Paese, dando il via alla spirale sanguinaria della II Guerra Mondiale. A Nieczawy c’è anche Stanislaw Krzeczotek detto Staszek, ex compagno d’università di Stefan, che lavora al vicino ospedale psichiatrico di Bierzyniec. Felice di ritrovare quello che per un lungo periodo di tempo è stato il suo migliore amico, Staszek offre a Stefan un lavoro all’ospedale, almeno in attesa che la guerra finisca. Dopo qualche iniziale esitazione, Stefan accetta l’offerta e segue l’amico nel manicomio di Bierzyniec: è l’inizio di un vero e proprio incubo, tra strani colleghi e pazienti disperati, mentre fuori dalle mura il giogo nazista strazia le carni della Polonia occupata...

Prima traduzione in italiano per L’ospedale dei dannati di Stanislaw Lem, unanimemente considerato un maestro della fantascienza del ’900, ma in realtà autore poliedrico e - perché no - contraddittorio. Si tratta di un testo dalla vita editoriale tormentata, che la censura comunista polacca fece riscrivere a Lem più e più volte prima di bocciarne defnitivamente la pubblicazione, che fu possibile solo nel 1956 dopo una stagione di riforme (il manoscritto era del 1948). Perché tanto accanimento contro un romanzo apparentemente innocuo dal punto di vista ideologico e politico, a meno di non essere nazisti e antisemiti? Forse per la sua natura di reportage involontario delle condizioni di vita dei pazienti dei manicomi polacchi, ma si tratta senza ombra di dubbio di una lettura impropria, perchè non è la documentazione giornalistica di una condizione comunque agghiacciante l’obiettivo di Lem, che colora le descrizioni delle corsie dell’ospedale di Bierzyniec di un certo surrealismo kafkiano e le utilizza per accrescere il senso di oppressione e straniamento del protagonista. Primo capitolo di una trilogia poco conosciuta (e forse non del tutto inspiegabilmente, data la qualità altalenante dei due successivi romanzi - peraltro inediti in Italia - Tra i morti e Il ritorno), il romanzo di Lem viaggia su tre binari convergenti e paralleli: i deliri dei pazienti, le psicosi contorte del personale medico e infermieristico (quest’ultimo una sorta di casta di bruti torturatori) e le dispute filosofiche tra Stefan e Sekulowski, un celebre poeta e intellettuale che si è ricoverato apparentemente per sfuggire alla persecuzione nazista. Da manuale i ritratti di alcuni personaggi, come l’agida e bellissima dottoressa Nosilewska, l’istrionico chirurgo Kauters e l’umanissimo zio Ksawery, costretto dal suo ruolo di medico ad assistere il fratello morente in una sequenza di pagine davvero toccanti. Un libro insolito, zeppo di simbolismi e allusioni e intriso di una sottile inquietudine che si insinua nel lettore come una febbriciattola maligna.



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