L’oste dell’ultima ora

L’oste dell’ultima ora

La vita non era stata per niente clemente con l’uomo. Prima zappava la terra e si spaccava la schiena per pochi spicci. Stanco di quel lavoro ingrato, decise di diventare pescatore, uno di quelli senza tante pretese di un piccolo villaggio della costa. Anche in questo caso la sfortuna riuscì ad avere la meglio: il vento spinse la barca contro gli scogli, creando danni ingenti, la cui riparazione sarebbe costata un occhio. Così l’uomo decise di trasferirsi nell’entroterra e qui iniziò la sua nuova esperienza lavorativa: taglialegna e carpentiere. Ogni giorno si tagliavano quantità ingenti di piante, sia per far fronte alle richieste dei cantieri navali, sia per coprire la domanda di chi costruiva case. Nel frattempo prendevano vita città intere, come Cesarea e il grande Impero di Roma era in veloce espansione. Lo sviluppo ormai crescente, portava un numero considerevole di persone, tutte differenti tra loro. Si poteva incontrare il mercante, ma anche il filosofo e il predicatore. L’economia rigogliosa portava benessere, guadagno e lamentele da parte di chi, a causa delle cospicue entrate, o in qualche modo grazie a esse, si ritrovava a dover pagare le tasse. L’uomo, grato per il suo quotidiano lavoro, aveva messo da parte un bel gruzzolo e iniziava proprio a pensare di mettere in piedi un’attività in proprio, quando accadde un brutto incidente. Un albero, una volta tagliato, anziché cadere dalla parte giusta, cadde su una trentina di operai e questo costò quasi la vita ad alcuni di loro. Il taglialegna, infatti, perse i sensi e si ritrovò al risveglio, nella capanna di un pastore, dove l’odore nauseabondo di pecore e del pastore stesso, lo disturbavano più dell’incidente capitatogli. L’uomo che lo prese in cura, si dimostrò, per sua fortuna, buono e amorevole. Gli dava da mangiare quello che aveva, lasciandolo, così, riposare per due settimane intere, tanto che, una volta riprese le forze, il taglialegna lasciò la capanna, ringraziando quel buon uomo, che lo aveva rimesso in sesto senza pretendere nulla in cambio. Gli costò una settimana di cammino arrivare in quella rigogliosa terra, raggiunta attraversando la Samaria. L’uomo si ritrovò improvvisamente di fronte ad una florida vigna e lì comprese quale sarebbe stato il suo destino…

Ne/Con L’oste dell’ultima ora, Valerio Massimo Manfredi dà un volto e una storia di vita al celebre oste che fornisce il vino durante le nozze di Cana, di cui si narra nei Vangeli. Lo scrittore emiliano disegna la figura di un uomo comune, ma con una forza di volontà unica, che non ha timore dei cambiamenti e che affronta la vita cercando il meglio che possa offrirgli. Un uomo solo l’oste, a cui la sfortuna non manca, capace però di reagire e di adattarsi alle situazioni. Siamo nella terra di Galilea durante il picco dell’invasione romana, la gente è formata da individui di svariata provenienza e cultura. La magistrale penna di Manfredi coglie nel segno anche questa volta: un libro animato da personaggi umani, generosi, altruisti, che danno vita ad una trama breve ma corposa e a un romanzo che offre svariati spunti di riflessione. A fare da sfondo alla narrazione, uno degli indiscussi protagonisti del racconto: il vino. Parlando della produzione del vino si parla di uomini, di esistenze pure e reali, alla ricerca del benessere, del guadagno e della stabilità economica. Si parla di commercio e di economia, di strategie di quei tempi, utili affinché gli sforzi potessero essere degnamente ripagati. In altro contesto e in altri termini, potrebbe essere una narrazione incastonata nel mondo dell’oggi e nell’animo spirituale e materiale degli uomini della società odierna. L’idea di scrivere racconti brevi sulla storia del vino è dell’editore Wingsbert House e il modo con cui si è cimentato Manfredi e l’esperimento che ha voluto tentare, possono dirsi ben riusciti. Ancora una volta, la penna dello storico archeologo ha detto la sua nella maniera più giusta.



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