L’ultima notte di Aldo Moro

La mattina del 9 maggio 1978, la Renault 4 nel cui bagagliaio c’è il cadavere di Aldo Moro – “perfettamente vestito da Presidente: gemelli d’oro inseriti ai polsini della camicia, panciotto abbottonato, la cravatta ben stretta al collo, i mocassini” – è parcheggiata in via Caetani. Questo è vero. Ma quasi tutto il resto di quanto sappiamo (anzi, crediamo di sapere) sul sequestro Moro non è vero affatto. La Renault 4, per esempio, qualche ora prima, poco dopo le 3 di mattina, era in un immobile di proprietà del Demanio dello Stato, in pieno centro di Roma, poco lontano da via Caetani, il luogo concordato per la “riconsegna” di Aldo Moro. Vivo. Solo che qualcosa è andato storto e invece Moro è stato ucciso. A parlarne per la prima volta a Paolo Cucchiarelli, uno dei migliori giornalisti investigativi italiani, già caposervizio e oggi collaboratore dell’ANSA, è il professor Giuseppe De Lutiis, il più importante storico dei servizi segreti italiani. L’informazione a lui l’aveva data Vincenzo Parisi, capo della Polizia per molti anni. De Lutiis ha fatto giurare a Cucchiarelli che solo dopo la sua morte e solo se “utile e necessario” il giornalista avrebbe rese pubbliche queste confidenze. Scomparso De Lutiis nel 2017 e conclusi i lavori della seconda Commissione parlamentare d’inchiesta sul sequestro di Aldo Moro (2014-2017), che ha certificato clamorosamente l’esistenza di un processo di “stabilizzazione della verità parziale, funzionale a una operazione di chiusura della stagione del terrorismo che ne espungesse gli aspetti più controversi, dalle responsabilità politiche e istituzionali al ruolo di quell’ampio partito armato, ben radicato nell’estremismo politico, di cui le BR costituirono una delle espressioni più significative del terrorismo” e cioè in parole povere che quel che abbiamo saputo fino ad ora del rapimento, dell’omicidio e delle indagini del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro è frutto di una “verità dicibile“ e concordata ma non è affatto la verità storica, Cucchiarelli ha deciso di passare all’azione, anche per reagire alla quantità enorme di materiale “tombato” (la definizione è del Presidente della Commissione Giuseppe Fioroni), secretato ancora per decenni. Ad aiutarlo a ricostruire l’oscura vicenda le confidenze di membri della Commissione parlamentare d’inchiesta delusi dall’esito dei lavori…

Uno. All’agguato di via Fani del 16 marzo 1978 hanno partecipato uno o più specialisti in guerriglia – tra loro presumibilmente il letale terrorista/mercenario venezuelano Ilich Ramírez Sánchez, noto come Carlos lo Sciacallo – che sono stati decisivi nella riuscita militare dell’operazione. Questo o questi specialisti (giunti a Roma il giorno precedente l’agguato e ripartiti in fretta e furia in aereo la mattina stessa del 16 marzo) erano membri di quello che giornalisticamente è stato definito “Secret Team” ed è noto nei documenti giudiziari statunitensi come “Enterprise”, un gruppo paramilitare vicino a parte della CIA e utilizzato dall’intelligence militare USA per svolgere lavori “sporchi”. Al gruppo in questione sono attribuiti almeno dieci omicidi politici nel mondo, uno dei quali sarebbe quello di Aldo Moro, al quale avrebbe partecipato “infiltrando” le Brigate Rosse come fatto anche con RAF e IRA: i membri del Secret Team Edwin Wilson e Frank Terpil, infatti, facendosi passare per soldati di ventura al soldo del leader libico Gheddafi, organizzavano dei campi di addestramento militare da cui hanno transitato i terroristi di tutte le più importanti organizzazioni europee. Perché questa operazione sotto copertura? Per eliminare lo stratega politico del “compromesso storico”, sdoganamento del comunismo italiano ritenuto del tutto inaccettabile (con prese di posizione in sedi pubbliche e private) da parte degli Stati Uniti. Due. Le prigioni in cui fu tenuto Moro durante i 55 giorni del suo sequestro furono almeno quattro. La prima, situata in via Massimi 91, in un palazzo in cui peraltro guarda caso erano presenti uffici di società riconducibili al Secret Team, fu individuata quasi subito da informatori della Guardia di Finanza, Arma ampiamente coinvolta in più momenti e a più livelli nella gestione del rapimento, tanto da offrire alle BR uno stabilimento balneare di sua proprietà sul litorale romano per la custodia di Moro negli ultimi giorni del sequestro, quando la trattativa era giunta a un esito positivo e la liberazione dell’ostaggio pareva a tutti imminente. Tre. L’esecuzione di Aldo Moro non era affatto inevitabile né “già scritta” e anzi come detto da più parti si dava per scontato un esito positivo delle trattative. L’accordo raggiunto prevedeva la consegna di Moro in uno stabile del Demanio all’angolo tra via della Chiesa Nuova e via del Governo Vecchio, nel centro di Roma. Perché allora lo statista democristiano fu ucciso? Secondo Cucchiarelli a causa dell’intervento dell’intelligence statunitense, che impedì il formalizzarsi dello scambio, spingendo Giustino De Vuono, ex delinquente comune e ‘ndranghetista avvicinatosi alle posizioni dei gruppi armati di sinistra, che aveva ricevuto in consegna l’uomo politico, a ucciderlo per poi fuggire all’estero. Su queste dinamitarde rivelazioni si basa L’ultima notte di Aldo Moro, che riscrive pressoché da zero la storia di uno dei misteri italiani più oscuri. Obbligatorio leggerlo, ma obbligatorio farlo solo se consapevoli che sin dalla prima pagina si verrà travolti da una fortissima sensazione di straniamento, perché davanti ai nostri occhi si dipanerà una vicenda del tutto differente da quella che ci era stata raccontata finora, si disvelerà un mondo segreto che ci costringerà a guardare anche la realtà di oggi, oltre a quella di ieri, con occhi molto diversi.



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