L’ultima notte di Antonio Canova

L’ultima notte di Antonio Canova

Venezia, ottobre 1822. Antonio Canova, grandissimo scultore e pittore italiano, è un uomo stanco e malato. Ha 65 anni e si rende conto di aver poco da vivere davanti. Disteso su un letto a palazzo Francesconi, ascolta i consigli del rinomato medico Aglietti, sopporta il dolore, consapevole che per lui non c’è più cura. “Giovanni, lo sai che non guarirò. La mia preghiera sarebbe piuttosto che quest’ultima parte non mi facesse soffrire troppo. E che fosse breve”, dice al fratellastro Giovanbattista Sartori che gli sta accanto incessantemente. È con lui che comincia a ripercorrere a ritroso il suo passato, a partire dalla perdita del padre e dal periodo trascorso con il nonno Pasino, che non gli risparmiava punizioni terribili. Come quella volta in cui lo trascinò al cimitero, dinanzi alla tomba di suo padre e gli ordinò di scavarsi una buca e di rintanarcisi dentro, per poi gettargli terra in faccia, addosso. Ma c’è un’altra storia che Canova vuol confessare a Sartori. Sente di doverlo fare, perché sta per abbandonare questa vita e il desiderio di liberare la sua coscienza è troppo forte e importante. E allora è necessario fare un passo indietro nel tempo, a dodici anni prima. Sartori e Canova arrivano in Francia, il primo si ferma a soggiornare presso la dimora dell’ambasciatore, il secondo ha il compito di ritrarre Maria Luisa, la moglie dell’imperatore Napoleone. Si reca così a Fontainebleu dove comincia il suo soggiorno con questo obiettivo. Inoperoso per buona parte della mattinata, il primo giorno Canova può cominciare a lavorare quando la giovane si mette a disposizione, dopo essersi alzata e ristorata con tutta calma. I due trovano un accordo che non comporta pose rigide ma implica solo che l’artista la segua nei suoi incontri quotidiani. Finché Maria Luisa non gli chiede alcuni fogli per disegnare anche lei. La stessa notte qualcuno bussa alla stanza del palazzo che è stata riservata a Canova, il quale, seppur spaventato, apre per capire chi mai sia. A entrare è Maria Luisa che, da lui accolta con stupore, comincia a parlare con foga della sua storia personale e della sua situazione. È sola, spaventata dall’uomo che ha sposato, dalla sorella di lui Paolina e da Giuseppina, imperatrice prima di lei. “Sono prigioniera di sbarre che non si possono vedere. Trasportata da quella che era la mia corte a questa dove a nessuna delle mie amiche o delle mie dame è stato concesso di seguirmi. […] Ve lo ripeto: io sono sola e prigioniera tra pavimenti e soffitti di marmo, d’oro e di velluto, in verità circondati da sbarre invisibili. Ho accettato il mio sacrificio per l’amore che porto all’Austria. Ma dentro questo sacrificio, devo trovare una mia salvezza”, si confessa a Canova. Ci sono tante cose che lui non sa di Napoleone. Aspetti brutali, controversi, un episodio, in particolare, che è sempre Maria Luisa, un’altra notte, a narrargli. Lei, che, racconto dopo racconto, si tramuta ne “l’imperatrice nera dell’imperatore nero”…

Gabriele Dadati, scrittore, editore, curatore di riviste, torna in libreria con un progetto personale e ambizioso, che prende il via da una figura leggendaria del mondo dell’arte come lo scultore e pittore Antonio Canova. Impresa ardua per la letteratura contemporanea, quella di tornare indietro nel tempo e fondere ricerca e abilità narrativa per costruire un “plot” interessante a partire dalla biografia di un personaggio famoso. La scrittura, poi, è cesellata preziosamente così come sontuosamente modellava il marmo il protagonista del libro: il risultato è uno stile quasi “neoclassico”, raffinato e aulico, a tratti arricchito da particolari ancor più tendenti al barocco. La narrazione comincia con il grande artista nel letto di morte, prosegue nel suo racconto al fratellastro di un segreto che da tempo lo affligge e lo tormenta, include poi le confessioni che a lui fece a suo tempo la giovane imperatrice Maria Luisa. Un incastro di “storie nella storia” che procede per flashback e salti in avanti, con un congegno narrativo che tiene bene insieme i vari tempi e funziona. Il rapporto tra Canova e Napoleone è complesso ma sicuramente ha regalato all’arte moderna opere uniche. La prima che Canova eseguì per lui fu un suo ritratto nelle vesti di Marte pacificatore, scultura che lo vedeva completamente nudo, cosa che lo irritò tanto da decidere di rinchiuderla nel Louvre con un telo addosso – episodio che si ricorda anche nel romanzo, la prima sera del soggiorno di Canova a Parigi. Fu poi la sorella Paolina a essere ritratta, completamente nuda – lei evidentemente senza alcun imbarazzo ‒ adagiata su un divano e con in mano il pomo della vittoria: è la celeberrima “Paolina borghese come Venere vincitrice”. Finchè nel 1810 il generale Duroc gli commissionò la statua dell'Imperatrice Maria Luisa. È esattamente questo periodo della vita dell’artista che Dadati prende in considerazione: Canova, artista magnifico e adorato, ma dalla biografia complessa e dolorosa. L’imperatrice, da bellissima e candida giovane, si rivela poi essere una donna dai lati profondamente oscuri. E poi c’è Napoleone, il condottiero, potentissimo, “grandioso e tremendo insieme, un abisso”. L’autore scava con profondità le psicologie dei personaggi, senza alcuna reticenza a indagare su due pilastri della storia moderna. Canova e Napoleone sono infatti due “grandi” che vengono raccontati in quanto uomini, mostrandone così contraddizioni, spigolature e perfino aberrazioni. Perché, come ben spiega Giulio Mozzi sul suo blog “Vibrisse”, “L’ultima notte di Antonio Canova non è un romanzo di duelli e crinoline: è un romanzo di personaggi, dove i personaggi sono tali non per la loro posizione storica ma per la loro umanità, piacevole o sgradevole che sia”.



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